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Crisi autotrasportatori, in 6 anni chiuse 1.133 aziende siciliane
di Serena Giovanna Grasso

La Corte di Giustizia europea boccia la possibilità di una tariffa minima per il trasporto merci su strada. Sono i Paesi dell’Est i più competitivi, grazie a costi di circolazione irrisori

Tags: Autotrasporto, Imprese, Sicilia



PALERMO – Notizie poco rassicuranti per le imprese di autotrasporti sono quelle che provengono dalla Corte di Giustizia europea che agli inizi di Settembre ha bocciato la previsione di una tariffa minima per il trasporto delle merci su strada a livello europeo, già presente nell’ordinamento italiano, perchè in aperto contrasto con la normativa dell’Unione. Ma in cosa consisteva tale tariffa minima? Rappresentava primariamente una sorta di garanzia per gli autotrasportatori, poiché consisteva nella fissazione di un prezzo, da parte delle associazioni di categoria, al di sotto del quale gli autotrasportatori dell’Unione non sarebbero potuti scendere. Ma i giudici hanno considerato tale vincolo inaccettabile perché non avrebbe fatto altro che restringere la libera concorrenza nel mercato interno.

Così, rischiamo che il settore degli autotrasporti finisca strozzato dalla concorrenza dei Paesi dell’Est. Infatti, in Italia il costo di esercizio è il più alto d’Europa, pari a 1.542 euro per chilometro. Ogni singolo Paese fa meglio, dai 1.466 euro al km dell’Austria ai 1.346 euro della Germania, fino ai 1.321 euro della Francia. Ma i Paesi dell’Europa dell’Est battono ogni record con i loro prezzi a dir poco stracciati: in Ungheria il costo da sostenere per ogni chilometro ammonta a 1.089 euro, in Polonia a 1.054 euro, per non parlare poi della Romania con la sua quota pari a 887 euro. Le imprese di questi Paesi così potranno proporre delle tariffe più allettanti poiché si trovano a sostenere dei costi di circolazione irrisori a cui aggiungere molto spesso ulteriori riduzioni dei costi derivanti dalla violazione delle norme di settore e dal mancato rispetto delle disposizioni in materia di sicurezza previste dal codice della strada.

Dunque, poiché ben il 68% delle 90.200 imprese impegnate nel settore dei trasporti è costituito da aziende artigiane, è impensabile attuare un meccanismo di concorrenza che permetta a queste di competere con i Paesi dell’Est. Secondo i dati diffusi qualche giorno fa dalla Cgia di Mestre, tra il primo trimestre 2009 e il secondo trimestre dell’anno in corso hanno chiuso oltre 18.500 imprese del settore dell’autotrasporto merci su strada, facendo registrare una contrazione media a livello nazionale pari al 17%. A livello regionale, l’Isola si colloca tra le ultime posizioni della classifica stilata dall’associazione, precisamente al tredicesimo posto con una perdita pari al -16%,  di poco inferiore rispetto a quella media nazionale.
 
Nello specifico, in Sicilia tra il primo trimestre 2009 e il secondo 2014 hanno cessato la propria attività 1.133 imprese. I valori più “disastrosi” sono stati rilevati in Friuli Venezia Giulia a causa di una contrazione pari al 23,2%. Dal punto di vista prettamente numerico è la Lombardia la regione ad aver visto abbassare il più grande numero di saracinesche nel settore in questione; esattamente 3.435.

Possiamo dunque affermare, quasi con sorpresa, che il Sud registra il minor valore percentuale di chiusura di imprese di autotrasporti a livello nazionale (-13,4%).
 


In 70.000 hanno perso il posto di lavoro dal 2009
 
PALERMO - Naturalmente una delle primarie conseguenze della chiusura di imprese consiste nella contrazione dell’occupazione. Non esistono dati certi sui posti andati perduti dall’ingresso della crisi, ma la Cgia di Mestre ha provato a fare un calcolo. Secondo l’ultimo censimento Istat sulle imprese e i servizi, il numero medio di addetti per impresa del trasporto merci su strada è di 4,3. Deduciamo così che in Italia siano occupate tra le 350 mila e le 400 mila persone e ben 70 mila sono quelle che hanno perso il posto dal primo trimestre del 2009.
Il presidente della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, denuncia la situazione dichiarando: “Abbiamo i costi di esercizio più alti d’Europa per colpa di un deficit infrastrutturale spaventoso. Senza contare che il settore è costretto a sostenere delle spese vertiginose per la copertura assicurativa degli automezzi, per l’acquisto del gasolio e per i pedaggi autostradali. Pur di lavorare oggi si viaggia anche a 1,10-1,20 euro al chilometro, mentre i trasportatori dell’Est, spesso in violazione delle norme sui tempi di guida e del rispetto delle disposizioni in materia di cabotaggio stradale, possono permettersi tariffe attorno agli 80-90 centesimi al chilometro. Con queste differenze non c’è partita. Ora che le tariffe minime non potranno essere più utilizzate. La situazione rischia di peggiorare ulteriormente”.

Articolo pubblicato il 04 ottobre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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