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Donne e dignità part-time. Lavoro, in Sicilia è roba da maschi
di Fabrizio Margiotta

Lo rivelano i risultati del progetto “LaFemme”, promosso dal ministero del Lavoro. Le siciliane con contratto a tempo parziale sono il 33,5%. Nel 2000 erano il 22,5%

Tags: Donne, Lavoro, Parità, Quote Rosa, Lafemme



PALERMO - Era il 1984 quando il contratto di lavoro a tempo parziale entrò nella vita degli italiani: quaranta ore settimanali per far respirare le mamme senza costringerle al lavoro domestico, quaranta ore per promuovere l’occupazione femminile, quaranta ore per risollevare i tassi di natalità sempre più vicini allo zero assoluto. Trent’anni sono passati e nessuno si ricorda più di quella forma contrattuale con orario ridotto: vuoi perché nell’epoca delle “tre i” (inglese, impresa, informatica) all’antica dizione dei documenti ufficiali si preferisce il più noto forestierismo, part-time, vuoi perché la funzione di questo istituto ha subito negli anni una radicale e inarrestabile trasformazione.
 
Come indicato, infatti, nei dati del progetto LaFemme, promosso dal ministero del Lavoro e da Italia lavoro Spa, il part-time rappresenta oggi una tappa obbligata e involontaria per chi vuole evitare l’inesorabile uscita dal mercato del lavoro, l’esito di una drammatica conversione da un precedente impiego a tempo pieno. A “subire” il tempo parziale a causa della recessione, sono uomini e donne in tutta Europa, ma le statistiche nazionali e regionali parlano di una realtà molto variegata e, in fin dei conti, celatamente “discriminatoria”.

Cerchiamo di spiegare meglio questo concetto analizzando il contesto che più ci interessa, ossia quello siciliano. La quota di uomini che accedono al part-time in Sicilia è cresciuta con l’inizio della recessione (specialmente quella del 2008) fino a raggiungere, nel 2013, una proporzione di circa dodici ogni cento: una percentuale significativa, specialmente se comparata con gli altri dati regionali (vedi il 5,7 per cento del Veneto nel 2013), che rende bene l’idea della trasformazione in atto. Aumentando il tasso di disoccupazione, a causa della crisi economica, aumenta infatti il part-time involontario tra la popolazione maschile, teoricamente esclusa dalle finalità protettive e di incentivo previste dalla legge n. 86/1984 e dal successivo intervento organico del 2000.

Data questa premessa, ossia la perdita dell’originaria funzione d’ausilio alla maternità e di bilanciamento tra i carichi familiari e la realizzazione personale e professionale delle mamme, il contratto a tempo parziale rappresenta oggi un pericoloso strumento di emarginazione delle donne dal mondo del lavoro. In Sicilia si è passati da una percentuale del 22,5 per cento delle donne con contratto part-time nel 2000, al 33,5 per cento del 2013, senza un parallelo aumento dell’occupazione, ma al contrario con un vertiginoso rialzo della disoccupazione giovanile! Da un’analisi complessiva del fenomeno, emerge come il contratto di lavoro a tempo ridotto, in definitiva, sia sempre più spesso utilizzato come strumento di riduzione dei costi e non, piuttosto, come risposta a una precisa volontà del(la) lavoratore (lavoratrice).

Un altro tassello sembra dunque aggiungersi al grande mosaico delineato in questi anni dal QdS: la Sicilia appare sempre più come una terra in cui scarseggiano le pari opportunità, una terra in cui l’amministrazione pubblica è “roba da maschi” (vedi QdS del 10 settembre 2014), in cui il merito è spesso mortificato da logiche clientelari e non c’è spazio per mamme-lavoratrici. Se nel 2013 il tasso medio di occupazione della popolazione tra i 20 e i 64 anni, in Sicilia, era di ben 17 punti percentuali più basso di quello italiano, e di 26 punti più basso di quello europeo, c’è ancora molto da fare.

Se in Sicilia, sempre nel 2013, il tasso di occupazione per genere era fermo al 29,4 per cento delle donne contro il 56,7 per cento degli uomini, c’è ancora molto da fare. Siamo convinti che questa situazione possa e debba migliorare, ma solo con lo sforzo di tutti, valorizzando la sussidiarietà verticale e orizzontale per tentare di appianare il grande divario che ci separa dall’Europa e dall’Italia che conta. Ce lo chiedono, prima di tutto, le donne.

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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