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Bruno Di Marco: "Processo Civile, riforma sempre più urgente"
di Desirée Miranda

Forum con Bruno Di Marco, presidente del Tribunale di Catania

Tags: Bruno Di Marco, Catania, Tribunale



Qual è il saldo dei procedimenti pendenti e quelli conclusi nell'ultimo anno di riferimento?
“Due milioni e 300 mila circa sono, nel settore civile, i nuovi procedimenti l’anno.
Secondo l'ultimo rapporto Cepei, l'organismo europeo che verifica la situazione della giustizia nei Paesi dell'Unione, definiamo il 95% dei procedimenti arrivati nell’anno solo per il processo ordinario. Il problema è che ogni anno ci ritroviamo dell'arretrato”.

Come eliminarlo? Il processo civile telematico non aiuta?
“Certamente la digitalizzazione del processo e la tecnologia rappresentano strumenti importanti per ridurre i tempi del processo civile perché siano più compatibili con la giustizia civile, ma non la soluzione. Il cuore del problema è l’arretrato. Serve una radicale riforma del processo civile e non interventi occasionali o settoriali. Le riforme processuali comunque, non dovrebbero essere fatte per decreto, perché ove non confermate in sede di conversione, creano una serie di problemi non risolvibili in merito alla validità delle norme. Il processo civile telematico comunque ha dato dei risultati, grazie anche ad un’operazione di ‘bonifica’ effettuata sulle anagrafiche”.

Qual è la situazione in campo di giustizia penale?
“Nel penale la situazione è migliore tanto che in Europa siamo al primo posto per capacità di smaltimento, ma anche lì esiste il problema dell’arretrato”. 

Sarebbe utile aumentare il numero dei magistrati? Qual è l’organico attuale?
“Allo stato è di circa 10 mila unità, ma pensare di aumentarlo è difficile perché con i tempi attuali dei concorsi servirebbero 10 anni. In ogni caso dobbiamo considerare che la magistratura togata oggi assicura una qualità professionale elevata e l'ingresso di migliaia di altri magistrati potrebbe comportare una caduta sotto il profilo qualitativo”. 

Oltre all’arretrato quali sono gli altri principali problemi della giustizia?
“Almeno due: troppi avvocati (250 mila) e processi lenti. L'Italia è tra i Paesi con il più alto numero di avvocati per quantità di popolazione nel mondo con conseguente aumento della litigiosità. Pensiamo ad esempio che in Francia sono solo 180 gli avvocati legittimati davanti la Corte suprema, mentre da noi sono oltre 40 mila quelli legittimati a esercitare in Cassazione. Per quanto riguarda la lentezza dei processi non voglio fare una difesa corporativa, ma non dipende da una scarsa capacità di lavoro della magistratura. Come in ogni categoria ci sono sacche di negligenza, ma il problema è una domanda di giustizia che nessun sistema, per quanto perfetto, è in grado di fronteggiare. Per quanto favorevole al doppio grado di giudizio di merito, oggi, tenuto conto di questa gran massa di processi ogni anno, non ce li possiamo permettere. Eliminando l’appello si guadagna tempo sulla definizione dei processi, ma anche giudici che possono dedicarsi ad altri processi”.

Quando l’informatizzazione anche nel processo penale?
“Cercheremo di introdurla, ma lì le cose sono più complicate. Come modello alternativo di definizione dell’iter c’è l’istituto di mediazione ma non ha dato risultati tangibili di riduzione del contenzioso. Il cittadino si aspetta una giurisdizione dello stato che funzioni in garanzia di uguaglianza e parità di trattamento e diritti. È quindi fondamentale che la giurisdizione venga svolta in una prospettiva di giustizia. Non possiamo quindi dimenticare la qualità seguendo una logica dei numeri. La giustizia va organizzata in modo efficiente, ma questa deve avere una funzione servente rispetto alla qualità e non il contrario”.
 
A un anno dall’accorpamento delle sedi distaccate, qual è il bilancio?
“Sul piano della prosecuzione dell'attività abbiamo cercato di assicurare una prosecuzione senza traumi, ad esempio, assicurando la prosecuzione dei processi davanti agli stessi giudici delle sedi distaccate, mentre grosse difficoltà le abbiamo avute sul piano pratico e operativo. Da una parte perché il decreto prevedeva che il cambio di sede avvenisse da un giorno all’altro, dall’altra perché abbiamo una grave crisi della disponibilità di edifici destinati agli uffici giudiziari e gravissima carenza di personale, amministrativo soprattutto”.

Quanto è grave il problema degli spazi?
“Siamo l’unico tribunale senza stanze per il civile. C'è una corrispondenza tra Comune, Tribunale e Ministero per un impegno a trovare nuovi spazi per soluzioni almeno temporanee, perché sullo sfondo c’è il progetto del vecchio ospedale Ascoli Tomaselli che dovrebbe diventare una cittadella giudiziaria. Il Tribunale ne ha un bisogno vitale perché siamo a rischio di dovere sospendere le attività. Abbiamo un bacino demografico di circa un milione di persone e siamo competenti per Sicilia e Calabria per le controversie in cui vi è parte una impresa straniera.
“La rivoluzione nella ridistribuzione degli uffici giudiziari, non può avvenire senza che anche il Ministero contribuisca alla risoluzione dei problemi che riguardano l'edilizia giudiziaria”.
 

 
Curriculum Bruno Di Marco
 
Bruno Di Marco, nato il 14 gennaio 1946, è entrato in magistratura il 5 febbraio 1974.
È stato pretore dirigente presso la Pretura di Cassano d’Adda. Ha presieduto la sezione GIP presso la Pretura di Catania. È stato, poi, nominato presidente di sezione presso il Tribunale di Gela (1996 - 1999) e, quindi, sostituto procuratore generale presso la Procura generale di Catania. Nominato presidente di sezione presso il Tribunale di Catania nel 2004, con deliberazione del CSM del 6 luglio 2011, all’unanimità, è stato nominato presidente del Tribunale di Catania.

Articolo pubblicato il 29 ottobre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Bruno Di Marco, presidente del Tribunale di Catania
Bruno Di Marco, presidente del Tribunale di Catania