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Quotidiano di Sicilia

Il lavoro è vita, la pensione è morte
di Carlo Alberto Tregua

Tags: Lavoro, Pensione



Sentiamo dire da tante persone che il lavoro è un diritto. Dissentiamo totalmente. Il lavoro è un dovere, la remunerazione è un diritto perché nessuno, nelle attività economiche, deve lavorare senza ottenere il giusto compenso.
Caso diverso è quello nel quale ognuno di noi lavori per i terzi, deboli e bisognosi, in attività umanitarie, di servizio, sociali e, in genere, di soccorso a chi ha bisogno. In questo caso la prestazione è gratuita senza aspettarsi gratificazioni e riconoscimenti di alcun genere.
Il lavoro è una cosa quasi sacra. Ognuno di noi deve farlo al meglio delle proprie possibilità, cercando di realizzare obiettivi che giustifichino l’impegno e la fatica profusi. Guai a chi disperde energie senza puntare a risultati. Chi lo fa è persona inutile agli altri e a sé stessa.
Dunque, il diritto al lavoro è una balla. Ma su questo supposto e inesistente diritto si basano le fortune di quella parte del sindacato corporativo che continua a sostenere una falsità.

Dove è scritto in Costituzione che il lavoro sia un diritto? L’articolo 1 recita: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. (Enzo Biagi aggiungeva: degli altri).
L’articolo 2 ricorda che La Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo... e richiede l’adempimento dei doveri. Fra i diritti inviolabili non vi è quello del lavoro, mentre fra i doveri inderogabili vi è quello di lavorare.
Se i cittadini italiani avessero ben chiara questa differenza costituzionale che ricalca principi etici, finirebbero tutte quelle sceneggiate, come l’ultima, organizzata dalla Camusso, a Roma, il 25 ottobre, che alimentano pretese da parte di cittadini condotti come greggi. Chi ha posti di responsabilità dovrebbe diffondere informazioni obiettive e concrete, lasciando liberi i cittadini di formarsi una propria opinione.
Non c’è dubbio che il lavoro libera dai bisogni. Non c’è dubbio che prima si diventa autosufficienti sul piano economico e prima si diventa liberi, ma bisogna avere l’accortezza di limitare al minimo i bisogni, in modo da evitare di dovere guadagnare molto per soddisfare anche quella parte inutile.
 
La Repubblica italiana è fondata sul lavoro, il che significa che deve creare il massimo numero di opportunità, in modo da consentire a chiunque di competere per utilizzarle. Il che comporterebbe l’abolizione della cultura del favore che ha infangato l’Italia, soprattutto in questi ultimi trent’anni, e sostituirla con la cultura del merito in base alla quale i più bravi vanno avanti e gli infingardi vengono retrocessi o emarginati.
Se questo Paese di parrucconi avesse costruito, per esempio, la Banda larga su tutto il territorio nazionale, avrebbe creato centinaia di migliaia di opportunità, perché molti giovani e meno giovani avrebbero potuto inventarsi un lavoro, anche con le start up.
Invece sono stati foraggiati i privilegiati (politici, burocrati, sindacalisti ed altri), col risultato che il nostro Pil è andato indietro, dal 2008 al 2013, di nove punti, che tradotto sono oltre 130 mld. Demerito della Classe politica e burocratica, ma anche della Classe dirigente che si è comportata come le tre scimmiette.

Il lavoro è vita, la pensione è morte. Non che una persona che ha lavorato quarant’anni non abbia il diritto di godersi il meritato riposo. Ma spesso non si tratta di riposo, ma di oblìo, col risultato di far diminuire la propria vitalità, il desiderio di fare, l’entusiasmo del progettare e, quindi, l’avvio verso la cessazione dell’attività cerebrale e del corpo ed il trasferimento dello spirito nel mondo dell’energia.
Ma, finché c’è vita abbiamo il dovere di fare il massimo per onorare la nostra presenza su questa terra con i nostri atti, bandendo qualsiasi comportamento in danno del prossimo, che va amato come noi stessi.
Il lavoro presenta quasi sempre grandi difficoltà, ma bisogna essere temerari. Quando si cade, bisogna subito rialzarsi. Quando si incontra una difficoltà che sembra insormontabile, va aggirata. In altre parole, non arrendersi mai: provare, provare e ancora provare, fino a quando non si raggiunga il risultato. Tenacia, forza d’animo e autostima sono i requisiti per lavorare bene. 
Perciò ho scritto il mio epitaffio da mettere sull’urna: da oggi sono in pensione.

Articolo pubblicato il 13 novembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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