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Quotidiano di Sicilia

Giusta la prescrizione, malato il processo
di Carlo Alberto Tregua

Chiarezza e comprensione delle leggi

Tags: Giustizia, Prescrizione, Processo, Unione Europea



La vicenda dell’Eternit di Torino, nella quale è intervenuta la Cassazione, dichiarando prescritto il reato, ha suscitato polemiche di ogni tipo. La reazione più forte è stata quella dei parenti delle vittime, che esigevano giustizia. Ma anche politici osservatori e commentatori si sono scagliati contro tale sentenza.
Ma cosa potevano fare i giudici, se nel processo era intervenuta la tagliola della prescrizione? Non potevano certo ignorarla. L’hanno osservata in maniera notarile.
Il presidente del Consiglio ha commentato che un reato deve trovare una risposta: condannare i colpevoli o assolvere gli innocenti. Non può certo intervenire una circostanza temporale che impedisca l’emissione di una giusta sentenza, pronunciata esclusivamente in base ai fatti processuali, dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio.
Nessuno può affermare che non può essere la prescrizione a mettere fine a un processo. Tuttavia, esso non può durare infinitamente.

L’Unione europea ha sanzionato, e continua a sanzionare, l’Italia con un’apposita procedura d’infrazione per la durata dei processi, che violano il principio del ragionevole tempo in cui ognuno di essi debba concludersi, con assoluzione o condanna, nel caso del rito penale, o dando ragione o torto ad attore o convenuto, nel caso del rito civile o di quello amministrativo.
Dal che si deduce che la causa dell’infausta conclusione su cui svolgiamo queste note non è la prescrizione, che giustamente deve esserci, bensì la malattia cronica che fa durare i processi oltre ogni ragionevole periodo, cosa che non avviene in nessun altro Paese d’Europa e del mondo a civiltà avanzata.
Ma perché i processi durano tanto, spesso oltre i dieci anni? Gli esperti hanno individuato alcune cause. La prima riguarda la formulazione delle leggi, che hanno testi astrusi, scritti spesso in malafede da chi non vuole che i testi stessi vengano capiti. Non solo, ma quando i testi sono oscuri e complicati inutilmente, consentono un amplissimo ventaglio di interpretazioni da parte dei giudici. Caso opposto sarebbe se le norme fossero scritte in modo conciso, chiaro e comprensibile.
 
Ricordiamo che nelle preleggi e nella Costituzione vi sono indicazioni sul modo con cui debbono essere compilate le leggi, che devono possedere i requisiti prima indicati. Il Parlamento ha persino approvato un’apposita legge (400/88), la quale stabilisce che qualunque testo normativo debba essere di chiara comprensione. Non solo: che almeno ogni sette anni Codici e Testi unici  siano aggiornati sempre con i criteri prima indicati.
Ma perché le leggi sono compilate in questo modo, per ignoranza o per malafede? Crediamo per entrambe. Tanto più è oscura una legge, tanto più i cittadini possono essere imbrogliati. Ma chi prepara i testi di legge? Normalmente, gli atti preparatori sono compilati dai burocrati e solo dopo intervengono i parlamentari o  consiglieri regionali e comunali, i quali, non possedendo specifiche competenze ed essendo spesso analfabeti, non sono in condizione né di apportarvi modifiche e, spesso, neanche di comprenderne contenuti e finalità.

Perché i burocrati compilano testi spesso incomprensibili? Perché hanno l’interesse che essi ingarbuglino anziché risolvere le questioni, con la conseguenza di mantenere un potere discrezionale di fronte alle istanze di cittadini e imprese.
Chiarezza e trasparenza tagliano le unghie ai cattivi burocrati, l’opacità dà loro molto potere.
Abbiamo letto la recente legge “Sblocca Italia”, n. 164/14, composta da ben 86 pagine. Da farsi venire il mal di testa non tanto per la lunghezza, quanto per i continui e ripetuti riferimenti ad altre norme, aggiungendo e togliendo parole e frasi, amputando commi, aggiungendone altri e così via enumerando.
Perché un testo di legge non assorbe qualunque norma della materia e rifà ex novo un testo che fila, senza bisogno di tutte queste acrobazie volute in malafede?
I burocrati, così comportandosi, violano il loro giuramento di fronte alla Costituzione (artt. 54 e 97). Sono spergiuri e quindi condannabili. Per questo i processi durano tanto, non solo, ma anche perché più pende, più rende.

Articolo pubblicato il 28 novembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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