Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia  su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Fondi Ue, la Sicilia ne spreca la metà
di Rossana Indelicato

Il 48° rapporto Censis, “Situazione sociale del Paese 2014”, boccia l’Italia. Figuraccia dell’Isola sulle somme comunitarie. Sono aumentate le perdite di reti acquedottistiche (37,4%), minimi gli investimenti in reti fognarie

Tags: Unione Europea, Censis, Fondi, Sicilia



ROMA – Dal 2008 ad oggi si è verificata nella Penisola italiana una flessione di circa un quarto degli investimenti e l’incidenza sul Pil si è ridotta al minimo storico del 17,8%, il valore più basso dal dopoguerra. È la fotografia scattata dal Censis nel capitolo “La società italiana al 2014” del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2014.
 
Nel dettaglio, si legge nel documento, “si sono ridotti gli investimenti in hardware (-28,8%), costruzioni (-26,9%), mezzi di trasporto (-26,1%), macchinari e attrezzature (-22,9%)”. Una così accentuata flessione delle spese produttive non ha però determinato un analogo peggioramento dei conti delle imprese che, anche se con notevoli difficoltà, sono riuscite a rimanere a galla.
 
Unico dato positivo visto che, prosegue il rapporto, “Se si prende a riferimento il 2007, si può dire che da allora fino al 2013 c’è stata una mancata spesa cumulata anno dopo anno per investimenti superiore a 333 miliardi di euro (più di quanto previsto dal piano Juncker)”. L’asso nella manica per il Belpaese sembra essere il micro capitalismo di territorio. Le esportazioni degli oltre 100 distretti industriali – nel primo semestre del 2014 – hanno registrato un incremento pari al 4,2%, con un balzo dell’1,2% dell’export manifatturiero complessivo.

L’analisi del Censis sulla situazione sociale del Paese dedica, inoltre, un apposito capitolo a “Territorio e reti”. Oggi, sempre più frequentemente, rimbalzano su tutti i tg nazionali e regionali e sulle prime pagine dei quotidiani cronache di disastri ed emergenze ambientali (vedi l’alluvione di Genova o il terremoto devastante dell’Aquila) che necessitano di operazioni complesse e celeri di ricostruzione e riedificazione.
 
Questi eventi fanno emergere l’animo più fragile e impreparato dell’Italia: tempi infiniti e indefiniti dei lavori pubblici, che (anche quando si dispone di risorse) spesso non vengono nemmeno avviati. Il rapporto Censis incrocia a questo tema un’altra materia scottante per il nostro Paese e in particolare per la nostra Sicilia: il limitato utilizzo delle risorse comunitarie. Degli 80 miliardi di euro messi a disposizione dalle politiche di coesione 2007-2013 appena 32,3 miliardi di euro sono stati investiti. Un vero e proprio spreco del 40,4% delle risorse disponibili. In Sicilia la spesa dei fondi comunitari – come avvalorato dall’inchiesta del QdS di martedì 11 novembre 2014 “Fondi Ue ‘07/13: Regione inchiodata” – si interrompe al 52% del totale. Le percentuali sono più deludenti per gli investimenti infrastrutturali, settore in cui, a un anno dalla chiusura del periodo di programmazione europea, si è speso un quinto delle risorse (20,4%).

Anche le risorse idriche nazionali fanno acqua da tutte le parti. I dati riguardanti la gestione del settore devono fare i conti con la cronica debolezza infrastrutturale. Le perdite delle reti acquedottistiche tra il 2008 e il 2012 sono aumentate ulteriormente, passando dal 32,1% al 37,4%. In pratica, rispetto alla totalità dell’acqua che viene immessa in rete, più di un terzo sparisce, non viene consumata né fatturata, non arrivando all’utente finale. Anche per investimenti in reti fognarie e impianti di depurazione delle acque reflue adeguati i risultati sono deludenti: in Italia si investe ogni anno l’equivalente di 30 euro ad abitante, in Germania 80, in Francia 90 e nel Regno Unito addirittura 100 euro.
 

 
Risorse rinnovabili: soluzione alle fonti tradizionali in esaurimento
 
CATANIA - Le risorse rinnovabili si affermano in maniera sempre più preponderante come la più valida alternativa alle fonti tradizionali in esaurimento, come petrolio e gas. Proprio questi ultimi, secondo il capitolo “Territorio e reti” del rapporto Censis, hanno registrato una diminuzione pari, rispettivamente, al 34,5% e al 33,5%. Qui intervengono le risorse rinnovabili, energie pulite che, essendo rinnovabili nel tempo, sono disponibili all’“infinito” e, per questo, sono sempre più impiegate nel comparto elettronico. Nel 2013 un terzo dei consumi (33,4%) è stato coperto dalla produzione idroelettrica, eolica, fotovoltaica e geotermica. Non vi è dubbio che i sussidi, in particolare per il fotovoltaico, sono stati molto onerosi per la collettività: oggi i costi derivanti dall’incentivazione delle fonti rinnovabili sono coperti per ben 12 miliardi di euro/anno tramite la componente A3 della bolletta energetica di famiglie e imprese.
Nonostante questa nota dolente, l’utilizzo e la produzione di energie da fonti rinnovabili può garantire la stabilità di fornitura di energia, il contenimento dei prezzi di acquisto dell’energia, nonché il rispetto dell’ambiente circostante e della nostra salute.
 

 
Auto. Crollo di un comparto: -1,8% del Pil
 
CATANIA - Il capitolo “Territorio e reti” del rapporto del Censis preso in esame supervisiona il mercato italiano dell’auto. Anche in questo caso dobbiamo fare i conti con la crisi del settore. Un trend al ribasso quello che interessa il settore automobilistico che se, tra il 2003 e il 2010, ha tenuto duro grazie al segmento costituito dai privati (con circa 1,6 milioni di autovetture immatricolate ogni anno e un range di variazione da 1,4 a 1,8 milioni), nel 2011 vive le prime avvisaglie del ribasso con 1,2 milioni di autovetture vendute. Il 2012 l’anno del crollo: 900.000 vetture vendute, ovvero -22,8% rispetto all’anno precedente. Gli anni 2013 e 2014 seguono sostanzialmente la stessa scia. Ma gli scompensi maggiori, come svela lo studio, si hanno tirando le somme del peso economico complessivo del mercato automobilistico.
Si legge nel rapporto: “La filiera dell’automotive vale 421.500 addetti diretti (26.500 in meno rispetto al 2008) che, uniti all’indotto generato, sono stimabili complessivamente in 1,2 milioni di addetti. Il fatturato diretto delle aziende della filiera vale 126,5 miliardi di euro (in calo rispetto ai 155,4 del 2008) corrispondente al 7,8% del Pil”. Un crollo che ha inciso parecchio e che ha prodotto, tra il 2008 e il 2013, la perdita di ben 1,8 punti di Pil.

Articolo pubblicato il 10 dicembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus