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Formazione, leggi calpestate. Ora si pensa a una class action
di Michele Giuliano

Le leggi sono la n. 24 del 1976 e la n. 25 del 1993. A promuoverla la class action alcuni sindacati contro la Regione per le attività formative degli ultimi 3 anni. Le norme garantivano l’inizio dei corsi entro novembre, ma ad oggi neanche l’ombra

Tags: Formazione, Regione Siciliana, Lavoro



PALERMO - Leggi 24 del 1976 e 25 del 1993 ignorate. Negli ultimi tre anni la Regione ha dato vita ad un’impostazione dell’attività dei corsi formativi non tenendo conto di queste due norme che garantiscono e salvaguardano il posto di lavoro dei formatori. Proprio per questo motivo è stata avviata la raccolta delle adesioni alla ‘Class action’ amministrativa per il commissariamento degli organi della pubblica amministrazione che non hanno applicato le leggi vigenti.
 
Ricorso che si sostanzia, per il settore della formazione professionale, nell’inadempienza dell’amministrazione regionale, reiterata da tre anni, sulla programmazione del Piano regionale dell’offerta formativa (Prof) e sull’applicazione della legge regionale n.24 del 6 marzo 1976 e della legge regionale n.25 del 1 settembre 1993. Tutti strumenti armonizzati con il Contratto collettivo di lavoro (Ccnl) della categoria e finanziabili con l’utilizzo delle risorse comunitarie. Possono sottoscrivere l’atto di adesione tutti i cittadini maggiorenni residenti in Sicilia muniti di carta di identità e codice fiscale.
 
Sull’argomento è intervenuto Nino Spallino, segretario regionale Scuola e Formazione professionale del sindacato Uslal: “Come tutti sanno – commenta Spallino – la legge regionale 24/76 non è stata mai abrogata. Tra le tante altre cose, essa prevede il varo del Prof entro il mese di novembre di ogni anno, l’attivazione dei processi di mobilità del personale così come previsti dal Ccnl, la programmazione e il finanziamento di appositi corsi di aggiornamento, qualificazione, riqualificazione e riconversione del personale privo di incarico”.

Ad avviso del sindacato basterebbe rispettare le norme attualmente esistenti per riportare il servizio formativo in Sicilia a livelli di funzionalità più che sufficienti: “Ai giovani siciliani – aggiunge Spallino - verrebbe assicurato il servizio e agli operatori verrebbe garantita l’occupazione e la retribuzione. Le argomentazione, tutte prive di fondamento, secondo cui la legge regionale 24/76 è la causa delle vergogne a cui abbiamo assistito, sono il frutto cinico di calcoli politici ormai a tutti chiari”.

Critica la Uslal sull’attuale stato di degrado istituzionale che contraddistingue la gestione politica ed amministrativa del settore della Formazione professionale: “L’unica cosa certa che mi sento di dire – conclude Spallino - è che la causa del degrado in cui si trova il sistema formativo si deve ricercare nella mancata applicazione, da parte dell’amministrazione regionale, di tutte le disposizione della legge regionale 24/76”.

Il nocciolo di tutto il contenzioso sta tutto nella mancata applicazione della legge 24 del ’76 studiata a suo tempo alla Regione per mantenere i posti di lavoro degli enti. Il problema è che nel tempo la politica ha abusato della formazione inserendo una marea di personale ed oggi, senza soldi, il governo siciliano non è più in grado di mantenere il sistema.

Oramai da tre anni la Regione fa ricorso ai fondi europei per finanziare i corsi e sono insufficienti per mantenere 8 mila formatori. Da qui la mannaia dei licenziamenti e degli accreditamenti tolti agli enti che non possono più operare. Il governo siciliano si è sempre difeso sostenendo che è stato necessario fare ricorso ai fondi europei perché con fondi proprio la Regione non può più finanziare la formazione, e che quindi essendoci regimi diversi con l’Ue i soldi devono essere utilizzati con finalità diverse e quindi la garanzia occupazionale non poteva essere garantita.

Articolo pubblicato il 18 dicembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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