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Fabrizio Pulvirenti: "Così ho sconfitto l’Ebola", parla il medico di Emergency
di Mario Antonio Pagaria

“Cercavo di analizzare ogni mio dato confrontandolo con l’esperienza matura nel centro di Sierra Leone”. Intervista esclusiva a Fabrizio Pulvirenti, l’infettivologo catanese colpito dal virus

Tags: Emergency, Fabrizio Pulvirenti



ENNA - Il volto ed il fisico ancora provati dalla sofferenza, lo conosciamo da tanti anni, Fabrizio Pulvirenti, medico infettivologo catanese residente ad Enna, dove presta servizio presso l’ospedale.
Pulvirenti è membro di Emergency e dopo aver vinto il virus Ebola e più che mai fermamente convinto di tornare in Africa ad offrire la sua competenza medica a beneficio dei più deboli. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Da cosa nasce il suo desiderio di impegnarsi nel volontariato e perché ha scelto Emergency?
“L’impegno sociale e di volontariato risale ai tempi dell’università quando ho iniziato a lavorare con i bambini figli di detenuti e ospiti in un istituto di religiose a Catania. Successivamente in me, nel corso degli studi, è nata la vocazione per le malattie infettive e per la medicina tropicale che si è consolidata negli anni della specializzazione. L’impegno umanitario, la solidarietà verso chi soffre credo abbia radici in parte emotive e in parte civili: c’è gratificazione emozionale nell’aiuto che si porge a chi soffre ottenendone un ritorno in termini di sguardi che hanno il sapore della gratitudine; ma c’è la radice ‘sociale’ nella quale credo tantissimo giacché il forte deve - nella mia visione - aiutare chi è più debole. Emergency è stata una scelta ovvia in quest’ottica giacché ha il grande merito di esportare nei Paesi più poveri, più deboli, gli standard di cura e di gestione della malattie occidentali”.

Cosa ha provato quando ha saputo di essere stato contagiato dall’Ebola?
“Naturalmente ho avuto paura. La paura non mi ha impedito tuttavia di continuare - almeno nelle fasi iniziali - di essere lucido e di analizzare con rigore scientifico ciò che mi stava succedendo. I sintomi, il quadro clinico e anche il trattamento sono stati, fino al momento del mio aggravamento, sotto la lente delle esperienze maturate in Africa: cercavo di analizzare ogni mio dato confrontandolo con quanto appreso nelle settimane durante le quali ho lavorato in Sierra Leone nel Centro per il trattamento di Ebola di Emergency. Certamente la paura di morire ma anche (se non soprattutto) la paura di non poter rivedere le persone amate: le mie figlie”.

Tra poco, come ha dichiarato, tornerà al suo lavoro nell’ospedale di Enna. Dopo aver vissuto situazioni intense ma anche gratificanti, come affronterà la routine ospedaliera?
“Certamente l’esperienza vissuta in Africa e il periodo in cui ho contratto l’Ebola sono stati due episodi intensi che hanno inciso sulla mia visione della vita e del mondo. Molte delle persone che ho conosciuto in Africa quali pazienti sono state più sfortunate di me e non hanno superato la malattia. Sicuramente le emozioni vissute e l’intensità di lavoro in Africa non sono comparabili alla ‘ordinarietà’ dell’attività clinica. Tuttavia le esperienze forti servono anche a forgiare il carattere e, sotto l’aspetto professionale, a dare quella carica che consente di migliorare il rapporto tra medico e paziente. Per fortuna qui non ci saranno casi di Ebola ma ci sarà da parte mia (almeno spero) lo stesso entusiasmo”.

La cronaca recente ci ha dimostrato come alcuni politici abbiano cercato di strumentalizzare l’epidemia da Ebola per demonizzare l’immigrazione. Come vede tali posizioni?
“La malattia da virus Ebola, che ho avuto modo di sperimentare in prima persona sia quale medico che, successivamente, come paziente, è fortemente debilitante sia nel periodo di acuzie clinica che in quello di convalescenza. Chi utilizza la paura di Ebola a fini strumentali sostenendo che attraverso l’immigrazione più o meno clandestina possano accendersi focolai di epidemia nella migliore delle ipotesi è un ignorante a cui suggerirei di confrontarsi con gli esperti prima di alimentare ingiustificate paure. I ‘viaggi della speranza’ cui sono sottoposte le persone che arrivano nel nostro Paese, durano mesi e, di certo, una persona ammalata di Ebola non sarebbe in grado di sostenerlo. Più probabile che il caso possa raggiungere l’Occidente in prima classe!”.

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Nelle foto il medico Fabrizio Pulvirenti durante la sua missione in Africa
Nelle foto il medico Fabrizio Pulvirenti durante la sua missione in Africa