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Razzismo, Sicilia immune. O forse no
di Mariaelena Casaretti

Intervista a Graziella Priulla, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi (Università di Catania). Mappa dell’intolleranza tracciata da Vox, nella nostra regione nessun triste primato

Tags: Graziella Priulla, Razzismo, Unict



CATANIA - Italiani antisemiti, omofobi, xenofobi e sessisti. Questi i risultati di più di un anno di lavoro, otto mesi di monitoraggio su Twitter e quasi 2 milioni di cinguettii estratti e studiati per dare vita alla prima mappa dell’intolleranza: un vero e proprio lavoro di equipe, che sulla base di  140 caratteri geolocalizzati, diviene specchio di una nazione altamente intollerante nei confronti di minoranze e diversità.
 
Il progetto, realizzato per la prima volta in Italia sul modello della Hate Map della Humboldt State University della California, voluto fortemente da Vox -  Osservatorio italiano sui diritti -  con la collaborazione dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, dell’Università “La Sapienza di Roma” e dell’Università degli Studi di Milano, mira a fornire una vera e propria radiografia dello Stivale intollerante, identificando le zone e dunque le regioni dove il sentimento è maggiormente diffuso.
 
La geolocalizzazione è, infatti, la vera protagonista di questo progetto, in quanto, resa possibile grazie all’ausilio del software Open StreetMap, consente di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio, estraendo dall’enorme flusso dei tweet solo quelli che presentavano le coordinate geografiche. Grazie all’ausilio di intuito e tecnologia, da gennaio ad agosto 2014, sono stati mappati l’odio razziale, l’omofobia, l’astio contro le donne, contro i diversamente abili e l’antisemitismo, il tutto attraverso l’utilizzo di mappe termografiche in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno: quanto più “caldo”, e quindi tendente al rosso, è il colore della mappa termografica rilevata, tanto più alto è in quella zona il livello di animosità.  Complessivamente, la distribuzione dell’intolleranza è apparsa polarizzata soprattutto al Nord e al Sud, con poco riscontro invece nelle zone del centro Italia e nello specifico nelle regioni quali Toscana, Umbria ed Emilia Romagna.
 
Dai risultati emerge soprattutto un’Italia misogina, con un milione e 102 mila tweet contenenti offese scurrili contro il “gentil sesso”; il numero più alto di cinguettii contro le donne trova il suo apice in Lombardia, Friuli, Campania, Sud dell’Abruzzo e Nord della Puglia. Per quanto concerne l’omofobia sono 110 mila i tweet che hanno preso di mira gay e lesbiche, assegnando il triste premio della regione più omofoba alla Lombardia.
 
Il Centro, tra Lazio e Abruzzo, forse anche a causa di influenze storiche provenienti dal passato, è il più dedito all’antisemitismo con ben 6 mila tweet discriminatori, mentre i tweet più razzisti, circa 154.000, trovano nuovamente terreno fertile in Lombardia, oltre che in Friuli e in Basilicata. Minori, fortunatamente, le offese che hanno come bersaglio la disabilità (3.410) con gli ormai noti picchi in Lombardia, Campania, Abruzzo e Puglia. Nessun primato in termini d’intolleranza riscontrato in Sicilia, ma è bene sottolineare come l’assenza di un’alta concentrazione di tweet offensivi non equivale certo ad una totale assenza di tendenze discriminatorie.
 
Per non parlare poi della copertura discreta, ma non totale, del “social” utilizzato a supporto della ricerca, che non essendo di capillare diffusione permette di ottenere un quadro della situazione attendibile, ma non certamente esaustivo. La diversità è sinonimo di ricchezza, ma l’intolleranza degli italiani a riguardo è da inserire a malincuore nel grande calderone dell’ignoranza nostrana.

L’intolleranza  verso persone e opinioni “diverse” è un sentimento difficile da debellare.  Delle possibili strategie per sradicarlo, ne abbiamo parlato con Graziella Priulla, sociologa della comunicazione e della cultura, docente ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania.

In che modo secondo lei l’intolleranza può essere effettivamente ricondotta ad una questione meramente geografica?
“Non è assolutamente geografica, nel senso che l’ intolleranza può purtroppo albergare ovunque ed essere manifestata nei confronti di chiunque. Non ha nessuna etichetta geografica e si manifesta nei confronti di chi viene ritenuto diverso in base al comportamento, all’ orientamento sessuale o anche solo perché è grasso”.

La Sicilia, in quanto terra di passaggio, può nel tempo a causa di un contatto “forzato” aver diminuito il sentimento di intolleranza nei confronti della diversità razziale?
“Questo è probabile. Dire razziale però non ha senso, la razza non esiste se non quella umana, però, ammettendo pure per scorciatoia linguistica di chiamare razziale l’intolleranza, è probabile sì che la Sicilia abbia maturato un’esperienza storica, ma è anche vero che da noi i migranti di colore si fermano pochissimo, perché le loro traiettorie sono rivolte ai paesi del Nord sia dell’Italia che dell’Europa. Quindi avendo ad oggi una presenza relativamente modesta, non possiamo sapere come si sarebbe potuta sviluppare l’intolleranza razziale se la presenza fosse stata massiccia come lo è in alcune città del Nord. Certo però che nei confronti dei cinesi c’è un certo disprezzo, ma essendo più discreta come comunità, la manifestazione dell’intolleranza nei loro confronti è meno feroce”.

I dati ritraggono la Lombardia come regina della discriminazioni, e in particolar modo dell’omofobia. Come può una regione virtuosa dal punto di vista economico e con un capoluogo di regione così “aperto” e apparentemente povero di pregiudizi, alimentare al suo interno sentimenti così discriminatori?
“Non c’è dubbio, sono 30 anni che la Lega lavora in questa direzione e i  risultati si vedono tutti. La Lombardia è solo ricca economicamente non è affatto ricca né culturalmente né “spiritualmente”, soprattutto se si pensa che è anche una delle regione con un’alta concentrazione di misoginia e dove fa più fatica ad attecchire un’educazione di genere nelle scuole.

Da dove bisogna secondo lei ripartire per ridisegnare un’ Italia meno razzista?

Io sono un po’ fissata. Forse per il lavoro che faccio, forse l’esperienza che ho maturato in questi anni, ma sono pienamente convinta che questi non sono  problemi risolvibili in poco tempo, nemmeno con qualche legge o con qualche delibera. Questo è un problema culturale e bisogna cercare di capire perché alla gente fa così paura  la diversità e perché tutti tendono a sostenere da un lato che ognuno di noi è unico e  irripetibile, dall’altro invece a criticare qualsiasi persona si distingua dalla massa. Qualche tempo fa un ragazzino si è suicidato perché i suoi compagni di scuola prendevano in giro il suo amore per il colore rosa. Siamo persino arrivati anche alle discriminazioni basate sui gusti cromatici ed è quindi allora chiaro che il lavoro da fare è lunghissimo e io credo fermamente che l’intervento sia realizzabile solo a livello culturale, per questo sto lavorando nelle scuole con gli insegnanti. Arrivare alle famiglie è molto difficile ovviamente, ma raggiungere la scuola pubblica è più facile ed è lì che bisogna cominciare. Certamente non si possono ottenere risultati da un giorno all’altro, per ridurre la Lombardia in questo stato ci son voluti 30 anni e non 30 giorni.

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Graziella Priulla, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi
Graziella Priulla, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi


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