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Fallimenti: lÂ’emorragia non si arresta
di Oriana Sipala

L’economia arranca e la Sicilia porta a casa il record di fallimenti censiti. A legittimare il tutto è l’Osservatorio Cerved sui fallimenti, procedure e chiusure di imprese, che in riferimento allo scorso anno ha registrato 104 chiusure aziendali con un incremento del 10,7% rispetto al 2013

Tags: Impresa, Economia, Cerved, Pmi, Fallimento, Impresa



ROMA - “L’Italia si è già rimessa in moto”, così ha esordito il premier Matteo Renzi nel fare un bilancio del suo primo anno di governo. Eppure, i numeri parlano di una realtà completamente diversa. L’economia arranca e i fallimenti delle imprese non avevano mai raggiunto un livello così preoccupante come quello verificatosi negli ultimi dodici mesi.
 
A certificarlo è l’Osservatorio sui fallimenti, procedure e chiusure di imprese, curato dal Cerved e diffuso proprio questo mese. Lo studio è relativo al 2014, anno in cui si sono registrate 104 mila chiusure aziendali, tra fallimenti, procedure concorsuali non fallimentari e liquidazioni volontarie. I fallimenti, in particolare, sono aumentati del 10,7%, e in termini assoluti sono stati 15.561: un record negativo che ha riguardato quasi tutte le regioni italiane, Sicilia compresa.
 
La nostra Isola, infatti, risulta essere una delle più colpite, con 900 imprese che hanno chiuso i battenti e con un aumento del 7,5% rispetto al 2013. La cifra si moltiplica in maniera significativa se tradotta in termini di posti di lavoro. Nel 2014, infatti, 10.045 lavoratori siciliani sono rimasti senza un’occupazione, mentre dal 2008 ad oggi il numero si attesta a 46.009. Migliaia e migliaia di stipendi in meno, che si traducono in povertà e sofferenza per molte famiglie siciliane e per tutto il tessuto economico dell’Isola.

Il fenomeno, come accennato, è trasversale e tocca tutte le realtà del Paese. In undici regioni su venti, in particolare, si è registrato nel 2014 un record negativo rispetto al 2001. Assieme alla nostra Isola, a soffrire maggiormente sono state la Lombardia (con 3.379 fallimenti e un aumento del 5,3% rispetto al 2013), il Veneto (1.324 fallimenti, +4,7%), la Toscana (1.209, +17,2%), il Piemonte (1.175, +20,6%), l’Emilia Romagna (1.130, +3,6%), le Marche (579, +20,1%), l’Abruzzo (315, +10,5%), la Sardegna (309, +16,2%), l’Umbria (263, +20,6%). Un default dopo l’altro che ha portato alla perdita di 175.412 posti di lavoro in tutta Italia nell’ultimo anno e di quasi un milione dal 2008 ad oggi.

Se da un lato sono aumentati i fallimenti, dall’altro si è registrato un calo delle procedure non fallimentari. Le procedure aperte nel 2014, infatti, sono state 2.784, e rispetto al 2013 la flessione è stata del 16,4%. Sul fenomeno ha inciso la nuova legislazione in materia di fallimenti, che prevede la facoltà per i tribunali di nominare un Commissario giudiziale a monitoraggio della condotta del debitore.

Il calo più accentuato si è registrato nel Nord-Est (-22,9% rispetto al 2013), seguito dal Nord-Ovest (-16,5%), dal Sud e Isole (-16,5%) e infine dal Centro (-10,5%).

In calo anche le liquidazioni volontarie, per la prima volta dal 2010. Nell’ultimo anno, infatti, queste sono state 86 mila, il 5,3% in meno rispetto alle quasi 91 mila del 2013. Il calo più accentuato si è registrato al Sud e nelle Isole, con un -16,1% rispetto al 2013. Al Centro, invece, la flessione è stata del 12%, del 7,2% nel Nord-Ovest e del 5,9% nel Nord-Est.

Nonostante il calo delle procedure non fallimentari e delle liquidazioni, non bisogna comunque dimenticare che, nel complesso, visto l’andamento dei fallimenti, l’ultimo anno non può certo definirsi brillante per le imprese italiane e, anzi, mostra come molta sia ancora la strada da percorrere per una vera ripresa dell’economia.
 

 
I numeri. Settore terziario in bancarotta: 82 mila posti persi
 
I settori maggiormente colpiti dall’ondata dei fallimenti sono stati il terziario e il settore delle costruzioni. Quest’ultimo nel 2014 ha registrato un incremento del 12,1% rispetto all’anno precedente e del 98,5% nel 2013 rispetto al 2008. Quanto al terziario, dal 2008 al 2013 l’incremento è stato del 99,7%, mentre nel 2014 è stato del 15,2%. Numeri che suggeriscono l’esistenza di molte difficoltà per le aziende di restare a galla. Tassi di crescita a due cifre si hanno in tutte le branche del terziario, come quella delle distribuzione, dove i fallimenti nel 2014 sono aumentati del 15,1% rispetto al 2013, dei servizi non finanziari (+17,9%), dei servizi immobiliari (+16,3%), dei trasporti (+8,8%), dell’informazione e dell’intrattenimento (+16%), dei servizi finanziari (+7,1%).
In termini assoluti, sono migliaia i posti di lavoro persi nel 2014: oltre 9.200 nel settore della moda e più di 7.300 in quello della meccanica. Nel terziario si tocca quota 82.500, con picchi nel settore dei servizi non finanziari (28.729) e in quello delle distribuzioni (27.172).
Più di un terzo dei posti di lavoro persi nel 2014 (circa 59 mila) riguarda imprese del Nord Ovest, su cui pesa l’elevato numero della Lombardia (più di 40 mila posti di lavoro persi). Sono 42 mila gli addetti impiegati nelle società fallite che avevano sede nel Centro Italia, 41 mila al Sud e 33 mila nel Nord Est.

Articolo pubblicato il 07 marzo 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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