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Benessere sul luogo di lavoro, metà degli occupati poco soddisfatti
di Anna Claudia Dioguardi

Situazione peggiore al Sud dove i lavoratori risentono di condizioni contrattuali e retributive svantaggiose. Rapporto Bes: tra 2009 e 2013 il livello di appagamento è sceso dal 47 al 45%

Tags: Lavoro, Rapporto Bes



CATANIA - Mentre la disoccupazione si afferma come prima preoccupazione per i cittadini italiani, secondo uno rapporto presentato qualche settimana fa, realizzato da Fondazione Unipolis, Demos&Pi e Osservatorio di Pavia, e mentre il consiglio dei Ministri emana i decreti legislativi della legge 183/14, meglio nota come “Jobs act”, ad alleggerire il catastrofico panorama lavorativo interviene la classifica “Great place to work”. Redatta sulla base dei questionari anonimi di 35 mila dipendenti italiani appartenenti a 98 aziende, tale classifica ci mostra un’Italia di piccole aziende e multinazionali che, nella loro politica di management, hanno deciso di non sottovalutare il benessere dei lavoratori.

Seppur si tratti di una classifica non rappresentativa dell’effettivo panorama lavorativo italiano, dal momento che viene condotta su poco meno di un centinaio di aziende, svela comunque una grande verità, ossia l’importanza di alcuni fattori spesso sottovalutati: una relazione di fiducia reciproca con il management, il rapporto di orgoglio per il proprio lavoro e per l’organizzazione di cui si fa parte e la qualità dei rapporti con i colleghi. È d’altronde ampiamente nota in letteratura l’importanza del benessere organizzativo, un concetto che, volendo sintetizzare, ben esprimono gli psicologi Diener e Seligma con la frase “un lavoratore felice è un buon lavoratore”.

Un concetto che sembra essere invece spesso dimenticato, come ci rivela il rapporto Bes 2014 che ci mostra uno scenario totalmente differente in cui a caratterizzare il mondo del lavoro sono l’insicurezza e la difficoltà di conciliazione del lavoro e tempi di vita.

Per quanto attiene il primo punto, ossia la mancanza di sicurezza e stabilità, la prima rilevazione condotta sul tema evidenzia che, nel 2013, solo il 6,8% degli occupati si trova nella posizione di chi non teme di perdere il lavoro e ritiene comunque facile ritrovarlo qualora ciò accadesse. Mentre appartiene al 12,7% degli occupati il sentimento esattamente contrario. Un sentimento che accomuna maggiormente i giovani e le donne, in particolar modo nel Mezzogiorno area in cui a farla da padrone, oltre all’insicurezza, sono le cosiddette disuguaglianze nella qualità dell’occupazione.
 
“Nelle regioni meridionali – si legge nel Rapporto - la permanenza nel lavoro a tempo determinato è più diffusa, la quota di lavoratori con basse remunerazioni è maggiore, l’occupazione non regolare è pari a due volte e mezzo quella del Nord”.  Altro campanello di allarme è dato dalla percentuale di lavoratori sovra-istruiti rispetto alla mansione svolta. Una situazione che riguarda (con riferimento all’anno 2013) oltre un terzo dei lavoratori di età compresa tra i 15 e i 34 anni.

“La qualità dell’occupazione di un Paese – si ricorda  inoltre nel rapporto - si lega anche alla possibilità di conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura familiare”.  Una conciliazione non così ovvia nel Belpaese, basti pensare che ogni 100 lavoratrici occupate senza figli, le madri occupate con figli piccoli sono solamente 75. Ciò a causa anche della carenza di politiche di supporto, e quindi di servizi a sostegno delle madri lavoratrici, in particolare nelle aree del Sud.

Il concetto di benessere organizzativo, insomma, non è poi così scontato. Complice forse la crisi, che spesso ‘obbliga’ occupati e non a scendere a patti con il mercato del lavoro, il livello di soddisfazione lavorativa risente naturalmente di tale situazione. Scende dal 47% al 45% tra il 2009 e il 2013 la percentuale di lavoratori con un elevato livello di soddisfazione complessiva.  Mentre più di 1 occupato su 10 è insoddisfatto del proprio lavoro.

Articolo pubblicato il 12 marzo 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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