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LÂ’edilizia crolla e il non fare causa il collasso siciliano
di Rosario Battiato

Consulta regionale delle costruzioni: tra il 2008 e il primo semestre del 2014 volatilizzato il 43% degli occupati. Danno collettivo, senza infrastrutture l’Isola non può competere sui mercati

Tags: Edilizia, Crisi, Economia



PALERMO – Il collasso ininterrotto dell’edilizia siciliana non è soltanto una voragine occupazionale e produttiva che riguarda il settore, ma un danno collettivo che coinvolge i cosiddetti “costi del non fare” tra fondi inutilizzati e ritardi infrastrutturali e di competitività. Incrociando gli ultimi numeri arrivati dall’incontro di ieri a Palermo della Consulta siciliana delle costruzioni e il rapporto dell’Osservatorio sui costi del non fare, citato in occasione dell’evento di inizio marzo #giùlemanidaicantieri promosso dalla Fillea e dalla Cgil nazionale, scopriamo quanto è pesante il masso sullo sviluppo che sta affossando l’economia dell’Isola.

Tra il il 2008 e il primo semestre del 2014 gli occupati diretti nel settore edilizio isolano sono passati da 152 a 87mila unità (-43%). Nello stesso periodo ci sono state 2.442 imprese del settore che hanno chiuso i battenti (dati Ance e Istat). Numeri impressionanti anche nell’ottica dei dati nazionali diffusi dalla Cna, in una nota di ieri, che ha registrato per 18 trimestri consecutivi, quasi 5 anni, “una contrazione del numero degli occupati che non ha pari in altri settori economici e che pare non finire mai”. Dal 2009 al 2014 la crisi ha sbriciolato mezzo milione di occupati, un quarto del totale. Considerando l’indotto, la cifra arriva a 790 mila occupati, per 68 mila imprese che hanno chiuso i battenti in sette anni (2008-2014). Non cambierà nemmeno quest’anno, spiegano dalla Cna, e “per questo è necessario investire subito in infrastrutture pubbliche e semplificare norme e procedure”.

Per rinascere gli interventi di bioedilizia e messa in sicurezza, stimolati dai bonus fiscali del governo e confermati anche per quest’anno, non saranno sufficienti. Per la Cna servono due direzioni: “infrastrutture pubbliche, in particolare nella rigenerazione delle città e delle periferie con attenzione alla riqualificazione energetica del costruito, così come nei settori di intervento a copertura del rischio idrogeologico dei territori e nell’edilizia scolastica e semplificazione di norme e procedure, in primis riscrivendo il Codice degli Appalti pubblici”.

Ricette similari arrivano dalla Sicilia, dove la piattaforma “sblocca edilizia Sicilia”, presentata ieri a Palermo dalla Consulta siciliana delle costruzioni, ha chiesto l’immediato pagamento dei debiti della Pa, la realizzazione delle opere bloccate tra le quali le “tanto annunciate opere previste per la mitigazione del rischio idrogeologico e sismico e la manutenzione degli edifici scolastici”,  l’allentamento del patto di stabilità e la sua esclusione degli investimenti per infrastrutture e mitigazione del rischio idrogeologico, l’utilizzo completo, veloce, serio ed efficace di tutte le possibilità di finanziamenti dell’Unione europea, la sburocratrizzazione, incentivi per l’edilizia agevolata in termini di maggiore durata dei mutui, la nuova legge urbanistica (la precedente risale al 1978).

Allo stato dei fatti l’Ance ha censito ben 27 opere progettate, finanziate e mai partite sul territorio isolano, un documento che è stato trasmesso nel mese scorso anche a Delrio e Lupi. In ballo ci sono poco più di 3 miliardi di euro da poter sbloccare per opere stradali, ferroviarie, depurazione, e di messa in sicurezza.

Non procedere ci costerà tanto. Il rapporto dell’osservatorio sui costi del non fare ha stimato la mancata realizzazione delle opere infrastrutturali prioritarie tra il 2014 e il 2030 potrebbe all’Italia oltre 800 miliardi di euro (124 miliardi di euro nei settori ambiente ed energia, 260 miliardi di euro nei trasporti e logistica e 425 miliardi di euro nelle tlc). Per restare nell’attualità, e nell’ambiente siciliano, il paventato blocco dei lavori all’elettrodotto Sorgente-Rizziconi tra Sicilia e Calabria, in seguito al sequestro di un pilone, produce un danno economico ben preciso: Terna ha stimato che i ritardi costano ogni anno a famiglie e imprese italiane oltre 600 milioni di euro di mancato risparmio, per un totale, a tutto il 2014, di oltre 4 miliardi di euro.

Articolo pubblicato il 18 marzo 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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