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“Mancano tanti depuratori”. Ultimatum dell’Ue all’Italia
di Redazione

Erasmo De Angelis: l’importo della penalità potrebbe superare i 470 milioni

Tags: Erasmo D'Angelis, Depuratore, Unione Europea



BRUXELLES - L'Italia rischia di dover rispondere davanti alla Corte di giustizia Ue della mancanza di sistemi per un adeguato trattamento delle acque reflue in ben 817 comuni. La Commissione europea ha inviato ieri a Roma un parere motivato - ultimo passo della procedura d'infrazione prima del deferimento alla Corte - in cui chiede all'Italia di adottare al più presto adeguate misure per porre rimedio a questa situazione. Altrimenti a pronunciarsi sulla vicenda - avverte Bruxelles - sarà la Corte.

L'importo della penalità europea per l'Italia per la mancanza di un adeguato trattamento delle acque reflue è di 476 milioni di euro di cui alla Sicilia 185, alla Lombardia 74, al Friuli Venezia Giulia 66, alla Calabria 38, alla Campania 21, a Puglia e Sardegna 19, alla Liguria 18, alle Marche 11, all'Abruzzo 8, al Lazio 7, alla Val d'Aosta e al Veneto 5. Lo ricorda il capo della struttura di missione di Palazzo Chigi Erasmo D'Angelis assicurando che "superare l'emergenza è possibile con un lavoro responsabile di squadra, garantendo il buon funzionamento dei 18.786 impianti di depurazione esistenti, di cui 18.162 in esercizio, concentrati soprattutto al Nord".

Il capo della task force di Palazzo Chigi ricorda che "abbiamo alle spalle anni di risorse inviate e non spese. Dal 2007 al 2013 tre Delibere del Cipe e i Fondi europei hanno finanziato a fondo perduto opere idriche per complessivi 4,3 miliardi di euro in particolare nelle Regioni del Sud. Un tesoretto da avviare a cantiere per 1.296 interventi tra depuratori e reti fognarie. Il nostro monitoraggio - conclude - ha verificato che appena 76 risultano oggi completati per circa 47 milioni di euro, 768 sono in corso per 1,5 miliardi di euro, mentre i restanti 452 per 2,7 miliardi li abbiamo trovati bloccati e non progettati e sono oggi in fase di avviamento". Il Governo, aggiunge D'Angelis, con lo Sblocca Italia ha stabilito "tempi e regole da rispettare per impegnare risorse e aprire cantieri". Il piano di investimenti di pubblica utilità a lungo termine "impegna oggi le aziende idriche ad assicurare almeno 50 euro di investimenti per abitante all'anno (oggi 34 euro, ma si abbassa a 28 se si considerano le gestioni comunali che investono meno di 10 euro). La differenza italiana con la media di paesi europei è abissale: 80 euro in Germania, 90 in Francia, 100 in Gran Bretagna, 120 Danimarca".

è realistico fra il 2015 e il 2020, sottolinea D'Angelis, "l'aumento dell'investimento dei gestori da 1,3 miliardi l'anno a 2,5 miliardi. Aggiungendo i 400 milioni di euro l'anno di fondi pubblici di sostegno (FSC, POR, Regionali) e i 2,7 miliardi non spesi e da spendere siamo a oltre 20 miliardi. La condizione minima per iniziare a portare il settore a livello europeo utilizzando le potenzialità del Piano Junker, della Cassa Depositi e Prestiti, Fondi Bei, emissione di obbligazioni di durata medio-lunga come Hydrobond. E un sistema tariffario adeguato e trasparente, oggi il più basso d'Europa con Bulgaria e Romania a 160 euro l'anno per una famiglia con consumi medi di 100 metri cubi, che preveda agevolazioni per fasce di italiani in difficoltà, garantendo loro anche la dotazione minima gratuita giornaliera di acqua definita dalle autorità locali. Siamo in grado - conclude D'Angelis - di superare i gap infrastrutturali con un'accelerazione degli investimenti e un effetto positivo anche sui livelli occupazionali”.

Articolo pubblicato il 27 marzo 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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