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Giorgio Alleva: "Puntiamo a fornire più dati disaggregati"
di Anna Maria Verna

Forum con Giorgio Alleva, Presidente dell’Istat

Tags: Giorgio Alleva, Istat



Quanto riescono a scendere a fondo le vostre statistiche a livello regionale, provinciale e comunale?
“Riuscire a produrre un’informazione più dettagliata a livello territoriale è un tema di grande importanza e l’Istituto, già da molti anni, sta andando in questa direzione. Solamente con le indagini, tuttavia, non riusciamo a garantire un’informazione puntuale, tempestiva e specifica. La grande sfida è riuscire a utilizzare anche le fonti amministrative, le comunicazioni obbligatorie, i dati dell’Inps e i cosiddetti Big Data. Sul lato delle imprese, da quest’anno, abbiamo costruito un registro statistico con i quattro milioni e mezzo di imprese italiane attive che ci consente di analizzare in profondità il sistema produttivo anche nei territori. Sul lato sociale, delle famiglie e dei singoli individui siamo ancora molto dipendenti dalle indagini, quindi restituiamo ai cittadini dati più aggregati di quello che vorremmo. Tuttavia questa è la direzione che stiamo prendendo e sono certo che riusciremo.
Per quanto riguarda i dati sull’occupazione, sono resi disponibili dall’Istat annualmente anche a livello provinciale e, ogni trimestre vengono diffuse le serie regionali sui principali indicatori del mercato del lavoro. Vorremmo fare di più, dando informazioni sulla qualità del lavoro, sui tipi di contratti e sulla relazione fra il livello di istruzione e l’occupazione. Molte cose già le abbiamo iniziate a fare e altre le stiamo avviando. Abbiamo pubblicato i dati sui sistemi locali del lavoro e i distretti industriali e, in ogni Regione, abbiamo individuato bacini caratterizzati da certe specializzazioni produttive. Vorrei restituire l’informazione con una lettura che non dia solo la dimensione territoriale amministrativa ma anche quella geografica.
Per quanto riguarda i dati macroeconomici, circa due mesi fa abbiamo diffuso a livello provinciale il valore aggiunto (anche pro capite) che indica l’importanza relativa dei settori produttivi nel contesto provinciale, ma gli ultimi dati disponibili sono riferiti al 2012. Un bell’articolo di Prodi, che ha scoperto questi dati e ha scritto un fondo, segnala come i divari nel nostro paese invece di ridursi si stiano ampliando. Devo ammettere  che non sono molto contento che ci vogliano più di due anni per dare delle informazioni così importanti, ma questi processi di produzione statistica sono davvero complessi e soprattutto ci vuole la disponibilità di tante diverse fonti”.

Dal Pil pro capite si può ottenere il Pil della Provincia?
“Certo e abbiamo visto che a livello provinciale il dato è preoccupante. Il Pil pro capite del Mezzogiorno è poco più della metà del Pil pro capite del Centro-Nord. La cosa drammatica è che in questa straordinaria stagione di riforme, su cui puntiamo molto, nell’Agenda non c’è il Sud, forse perché ormai ci si è abituati a operare confronti con l’Europa e non più all’interno dell’Italia stessa. Sul Sud è importante documentare in profondità, perché dobbiamo segnalare eventuali fenomeni emergenti, le debolezze e i rischi o punti di forza e gli  elementi positivi. Sul Mezzogiorno il fatto che ci sia un grande divario e occorrano delle azioni in certe direzioni lo sanno tutti. Ciò che manca non è tanto l’informazione statistica, ma l’azione che prenda in considerazione il patrimonio informativo disponibile”.

C’è l’ipotesi di determinare, anche dal punto di vista degli indici, il tasso di inefficienza nella Pa?
“Tradizionalmente chiediamo ai cittadini la loro soddisfazione sui servizi pubblici, quindi cogliamo dal lato della domanda la qualità dei servizi. La cosa strabiliante è che abbiamo molte meno informazioni sull’offerta.  Mentre sul sistema dell’impresa c’è l’abitudine a rendicontare la propria performance per competere nel mercato, nella Pa abbiamo meno indicatori di valutazione di performance. Stiamo pensando di misurare la produzione dei servizi della Pa e la loro produttività nel Censimento continuo che stiamo avviando. Sono in corso  incontri con tutti i ministeri, per condividere un questionario che ci consenta di leggere la dimensione delle strutture - per dipendenti e per articolazioni - insieme all’erogazione dei servizi. Non possiamo documentare l’azione della Pa dicendo solo quante persone vi sono occupate”.
 
Se Comuni e Regioni avessero siti conformi alla legge sulla trasparenza, sarebbe più facile fare rilevamenti statistici?
“È in programma l’ipotesi di utilizzare i siti come fonte d’informazione, anche con sistemi automatici di ricerca, per vedere i servizi effettivamente attivi o meno. Il rischio è che il ‘mettere’ sul sito resti solo un adempimento burocratico dietro il quale, magari, c’è un performance molto scarsa. Quindi è anche importante interrogare i cittadini sulla qualità dei servizi. è un’indagine interessante perché mette in luce la grande eterogeneità con la quale i Comuni e in generale le amministrazioni operano. Vediamo che dipende sempre dall’azione della classe dirigente”.

Come fate per capire la soddisfazione del cittadino?
“Per quanto riguarda i servizi da noi offerti, è proprio della nostra organizzazione la documentazione sistematica del numero di accessi e dell’utilizzo di quanto produciamo. Facciamo anche un’indagine periodica semestrale in cui chiediamo direttamente agli utenti il livello di soddisfazione sui nostri servizi. Invece rispetto ai servizi offerti da terzi, come dicevamo, ci sono delle indagini specifiche che valutano il giudizio dei cittadini. Sono dati nazionali, però abbiamo i risultati anche a livello regionale. Vengono intervistate le famiglie sul trasporto, la lunghezza delle file, le Poste, i servizi sanitari. La Sanità è considerata una delle migliori con punte di eccellenza anche a Sud. Per quanto riguarda la Sicilia, un altro punto di eccellenza in netta crescita è il settore turistico”.
 

 
Obiettivo: analisi fenomeni nella loro interconnessione
 
L’Istat si sta, quindi, trasformando da mero prelevatore a ente che fornisce dati vivi su cui si può fare una programmazione?
“Ne parliamo molto a livello europeo. Riuscire a supportare in misura maggiore i decisori pubblici, gli operatori economici ma anche le scelte sul futuro dei nostri figli è una responsabilità importante. Garantire che la produzione sia finalizzata a rispondere a delle specifiche esigenze è uno degli obiettivi del nostro sistema statistico. La sfida è proprio questa, anche perché tutta la produzione statistica ha un costo, quindi ci deve essere un ritorno per i cittadini. La cosa importante è l’ammodernamento del processo produttivo. Per fare questo dobbiamo sfruttare le fonti in modo integrato.
Uno degli impegni che ho preso quando ho assunto questo incarico è stato innovare con una certa profondità il processo di produzione industriale e l’organizzazione dell’Ente. C’è poi un altro aspetto importante che è la comunicazione. L’Istituto oggi non può più produrre e comunicare numeri. Dovrà sempre di più favorire l’analisi e raccontare i fenomeni nella loro complessità e interconnessione, per mettere in condizione i vari utilizzatori di poter sfruttare pienamente i dati. Bisogna aiutare la lettura, ma sempre con quella grande attenzione per il grande valore dell’Istituto, che è l’indipendenza. L’analisi deve essere sempre basata su metodi scientifici ed evidenze empiriche. L’appartenenza al sistema statistico europeo e la tradizione d’indipendenza che abbiamo in Italia ci tutelano da eventuali pressioni. Il fatto di avere un calendario europeo annuo ci obbliga a comunicare le informazioni esattamente quando è previsto e non quando vogliamo. Questo è un primo grande elemento d’indipendenza. Inoltre, gran parte delle informazioni che produciamo, sono stabilite da un regolamento europeo e sono soggette a rigorosi controlli”.
 

 
Indipendenza dell’Istituto presupposto di credibilità
 
Esiste una sorta di scambio di dati tra voi e la Banca d’Italia?
“Come punto di partenza, facciamo riferimento a due sistemi diversi, rispettivamente il sistema delle banche centrali e il sistema di istituti di statistica europei, tuttavia per la nostra produzione dei dati di finanza pubblica abbiamo bisogno delle informazioni della Ragioneria e della Banca d’Italia. Una volta che ce li forniscono ne diventiamo responsabili, pertanto esercitiamo anche un controllo. Ci sono dei tavoli di collaborazione proficua ad alto livello. L’indipendenza dell’Istat sta a cuore a tutti perché solo un istituto indipendente consente ai politici di essere credibili quando presentano i loro risultati. A volte, confesso, sento il peso nel dare brutte notizie, ma noi diamo i dati per quello che sono e non ho mai avuto nessuna pressione”.

Cosa può dirci in merito ai dati che vi forniscono le Regioni?
“C’è un livello diverso di evoluzione dei sistemi regionali. In generale negli ultimi decenni si è diffusa, a tutti i livelli, una maggiore consapevolezza della funzione statistica, quindi oggi ci sono tanti produttori di statistiche ufficiali a pieno titolo.

Questa evoluzione come potrebbe cambiare il panorama dell’informazione statistica?
“Credo che, se si andasse avanti in questa direzione, anche a livello locale potrebbero assumersi delle responsabilità. Oggi noi continuiamo a essere i titolari delle questioni importanti, quindi l’attività dei sistemi regionali non ha quella gravità tale da mettere a repentaglio la credibilità del paese, però a me piacerebbe che ci fosse un’evoluzione in modo da promuovere in qualche modo anche i Comuni e le Regioni. Abbiamo delle sedi regionali che supportano il nostro lavoro però ho riscontrato una diversa sensibilità nei vari amministratori. Se i dati devono essere a servizio del decisore è fondamentale che siano effettivi”.

Articolo pubblicato il 28 marzo 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Giorgio Alleva, Presidente dellÂ’Istat
Giorgio Alleva, Presidente dellÂ’Istat