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Quotidiano di Sicilia

Consorzi universitari: 7 milioni l’anno per produrre poco più di 500 laureati
di Alberto Molino

L’analisi delle spese per il mantenimento dei poli decentrati di Agrigento, Trapani e Caltanissetta

Tags: Università, Consorzio Universitario, Agrigento, Trapani, Caltanissetta



PALERMO - In Sicilia esistono tre Consorzi universitari, con sede ad Agrigento, Trapani e Caltanissetta. L’idea che ha animato la loro istituzione è nata dal presupposto di fornire un’alternativa, rispetto agli Atenei delle aree metropolitane, per gli studenti meno agiati residenti nei tre capoluoghi di provincia. Le parole d’ordine, da sempre, sono state decentramento universitario, promozione del territorio, alta formazione professionale e accesso agli studi accademici. Ma quanto costa e quanto produce, in termini di formazione, tutto ciò?

I dati relativi all’anno accademico 2013/2014 evidenziano come ad Agrigento la percentuale di laureati sul numero di iscritti sia pari al 15,3%, a Trapani del 18,9% e a Caltanissetta del 10,2%. Cifre comunque inferiori, come si evince dai dati del Miur, a quelle dell’Università di Palermo, che con poco meno di 8 mila laureati (7.995) su 37.306 iscritti raggiunge i 21,4 punti percentuali. In altri termini, a fronte di un costo complessivo di circa 7 milioni di euro l’anno, nei Consorzi universitari della Sicilia si laureano poco più di 500 studenti.

Il costo medio per ogni Consorzio universitario è pari a circa 2,3 milioni di euro e prendendo come punto di riferimento l’anno d’attivazione di tutti e tre, il 1991, essi raggiungono una spesa di 56 milioni di euro. Il più caro di tutti è il Cupa, il Consorzio universitario della provincia di Agrigento. La struttura incardina al suo interno 15 dipendenti ed è costata nel corso dell’anno accademico 2013/2014 circa 4,5 milioni di euro.

Seguono il Consorzio universitario di Trapani, con 16 dipendenti e una spesa complessiva di 1.600.000 euro e, per ultimo, il Polo universitario di Caltanissetta dai costi decisamente più contenuti, 906 mila euro per un unico dipendente. Per tutto il resto, si procede tramite convenzioni.

Per capire come sono nate tali strutture occorre ricordare il concetto di Consorzio universitario, che prende le mosse dall’art. 91 del Dpr 382/80, Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica, secondo cui più soggetti, Università, enti pubblici e privati, quindi anche società di capitali, hanno la possibilità d’istituire un’organizzazione legalmente riconosciuta che disciplini in comune lo svolgimento di determinate attività universitarie, finalizzate all’esecuzione di programmi di ricerca per lo sviluppo scientifico, culturale e tecnologico.

Affinché il sistema funzioni è indispensabile che i soci di un Consorzio garantiscano il denaro necessario per il proseguimento delle attività didattiche, cosa che, per esempio, non è più avvenuta per il Cupa, a rischio chiusura a causa del recesso di uno tre soci di maggioranza, la Camera di Commercio di Agrigento.

A complicare la situazione del Cupa, come ha più volte sottolineato la professoressa e presidente del Consorzio di Agrigento, Maria Immordino, è stata proprio la monca riforma delle Province varata dal Governo regionale retto da Rosario Crocetta. Con lo smantellamento dei vecchi Enti (e senza un’adeguata riorganizzazione) sono venuti meno i fondi per tutti e tre i Consorzi universitari. Il numero d’iscritti, d’altronde, non è in grado di assicurare da solo un sufficiente afflusso di risorse per il mantenimento dei corsi nei tre poli.

Proprio sulle risorse da destinare al decentramento universitario, all’inizio dell’anno si è svolto, presso la Presidenza della Regione, un vertice convocato da Maria Lo Bello, vice presidente della Regione e assessore all’Istruzione e alla Formazione. Dall’incontro, che ha visto tra gli altri la partecipazione del rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Roberto Lagalla, e del presidente del Consorzio universitario di Caltanissetta, Emilio Giammusso, è emersa la volontà, nonostante le difficoltà riscontrate, di non condurre alla chiusura i tre Consorzi universitari della Sicilia. La Lo Bello, anzi, ha chiarito che i tre Poli si trasformeranno presto in “centri di alta specializzazione” e che l’impegno economico-istituzionale per la loro esistenza non cesserà.

È di questi giorni, inoltre, la notizia dell’incontro fra Baldo Gucciardi, presidente del gruppo Pd all’Ars, e la stessa Lo Bello in merito all’erogazione dei finanziamenti da parte della Regione. L’assessore ha assicurato che i commissari straordinari delle ex Province riceveranno chiare indicazioni per canalizzare e distribuire le risorse economiche senza cui sarebbe impossibile garantire il proseguimento dell’attività dei Consorzi universitari nell’Isola.
 

 
Maria Immordino, presidente del Cupa: “Un volano per lo sviluppo locale”

I Consorzi universitari in Sicilia costano ogni anno 7 milioni di euro, ma i laureati nel 2013/2014 sono stati soltanto poco più di 500. Considerando questi numeri, ritiene ancora produttivo investire in tali strutture?
“Ritengo di sì. Non si tratta soltanto di garantire il diritto allo studio. I Poli universitari decentrati costituiscono un potente volano per lo sviluppo economico-sociale, oltre che culturale, dei territori dove sono stati istituiti. Ricordo le infelici parole dell’ex  ministro Tremonti, quando affermò che con la cultura non si mangia. La cultura è il substrato indispensabile di ogni democrazia: in Paesi come Francia e Germania crea occupazione, introiti e indotti”.
A fronte di quasi 300 laureati il Cupa è costato nel 2013/2014 circa 4,5 milioni di euro, risultando il più caro Consorzio universitario della Sicilia. Ritiene possibile portare avanti la vostra attività ridimensionando i costi, così da renderla più efficiente?
“I costi del Cupa sono costi strutturali, collegati al numero dei corsi/canali di studio attivi ad Agrigento, degli studenti iscritti, dei docenti, del personale tecnico-amministrativo, dei locali, ecc. Il nostro problema, semmai, resta reperire ulteriori fondi di finanziamento rispetto alle risorse regionali e a quelle degli Enti territoriali. Ci stiamo muovendo in questa direzione, seppure con grandi difficoltà. L’investimento nella formazione accademica, in ogni caso, non dovrebbe essere messo in discussione”.
Pensa che le risorse utilizzate per i Consorzi universitari possano rivelarsi più utili se investite per il sostegno agli studenti fuori sede delle Università siciliane?
“Non credo. Le Università sono chiamate a costruire ponti e scambi permanenti con il sistema sociale e produttivo del territorio in cui operano. L’istituzione universitaria costituisce, infatti, il motore culturale e produttivo di un territorio, un presidio di legalità. Da un lato l’istituzione deve garantire la ricerca scientifica e l’alta formazione, dall’altro all’Università si chiede d’integrare queste funzioni con le esigenze di sviluppo sociale, economico e culturale delle comunità di riferimento”.

Articolo pubblicato il 16 aprile 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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La sede del Consorzio universitario di Agrigento
La sede del Consorzio universitario di Agrigento
Maria Immordino
Maria Immordino