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Quotidiano di Sicilia

Spesa sanità è al 10,30% del Pil
di Serena Giovanna Grasso

Osservasalute 2014: nel 2012 forte incremento in rapporto al Prodotto interno lordo rispetto al 2005. Inefficienze gestionali e negli investimenti perché non correttamente pianificati

Tags: Sanità, Spesa Sanitaria, Pil



PALERMO – Torniamo ancora una volta ad occuparci dello stato di salute della sanità siciliana. Dopo aver approfonditamente discusso della qualità del servizio sanitario regionale, uno degli ultimi episodi risale all’inchiesta dello scorso 3 aprile “Lea e Cup: cammino in salita”, in questa sede affronteremo la questione limitandoci al rilevamento del peso della spesa sanitaria pubblica sul Prodotto interno lordo e dunque sul sistema economico. Ad assolvere a questo compito ci aiuta Osservasalute con il suo rapporto 2014 pubblicato lo scorso 31 marzo. Si tratta di un rapporto condotto da un ente autorevole in materia sanitaria: l’Osservatorio Nazionale sulla salute delle regioni italiane, con sede presso l’Università Cattolica di Roma e stilato grazie agli studi effettuati da 203 esperti.

Sicuramente le condizioni italiane sono in netto miglioramento, ma lo stesso non può dirsi della Sicilia. In quest’ottica l’Italia continua il percorso di allineamento al contesto Ocse iniziato nel 2009, seppur un gradino più in basso rispetto a Paesi come Regno Unito, Stati Uniti d’America, Francia e Germania. Ma è bene contenere tali ottimismi e non estenderli a tutto lo Stivale. Infatti, la storia si ripete uguale a sé stessa e come al solito la Sicilia continua ad essere la pecora nera della grande famiglia italiana. Più in generale, è tutto il Sud a fare da corredo alla situazione siciliana, collocandosi sulla sponda opposta rispetto al Nord. Infatti, la situazione vede tra il 2010 e il 2012 un gradiente Nord-Sud e Isole non affatto indifferente: le regioni meridionali si presentano con valori di spesa rispetto al Pil superiori all’8% circa e sempre maggiori al dato nazionale, mentre le regioni settentrionali conservano sempre valori inferiori al 7,5% circa.

Se per il Sud abbiamo parlato di un valore della spesa sanitaria rapportato al Pil superiore all’8%, la Sicilia esagera registrando nel 2012 un tasso percentuale pari al 10,30% (ben tre punti percentuali e mezzo in più rispetto alla media nazionale ferma al 7%): il valore risulta composto dal 5,77% di spesa per servizi forniti direttamente, 0,56% per altre spese e 3,98% in convenzione per prestazioni sociali. Se da una parte bisogna riconoscere il merito alla nostra regione nell’aver ottenuto un miglioramento nel 2012 rispetto al 2011 e il 2010, anni in cui la spesa percentuale ammontava rispettivamente al 10,38% e 10,48%; dall’altra parte dobbiamo notare la differenza sostanziale che ci distacca dal 2009, 2008 e ancor più dal 2005, anni in cui si registravano percentuali rispettivamente del 10,17%, 9,89% e 9,85%.

Attenzione, questo non voleva certamente essere un elogio all’Isola, dal momento che si è sempre collocata ben al di sopra della media nazionale, ma vuole semplicemente fotografare la situazione, evidenziando il grave peggioramento che la spesa ha subìto. A far peggio dell’Isola ritroviamo solo altre due realtà regionali: nello specifico, si tratta di Molise (10,42%) e Campania (10,38%).

Sembra quasi paradossale, ma al crescere del Pil, decresce la spesa sanitaria e di conseguenza viceversa. A tal proposito, esemplare è il modello offerto dalla Lombardia, nostro costante punto di riferimento, regione la cui percentuale di spesa pubblica corrente in rapporto al Pil è sempre stata la più bassa a livello nazionale, attestandosi al 5,33% nel 2012 (dunque un valore quasi dimezzato rispetto a quello siciliano).

A questo punto, passiamo in rassegna le possibili motivazioni che conducono le regioni ad investire maggiormente sul sistema sanitario. Una prima spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che le regioni sono tenute al rispetto dei Lea e che il relativo finanziamento è alimentato anche da trasferimenti di fondi definiti in sede di accordo Stato-Regioni. La conseguenza è che a fronte di un’omogenea ripartizione di risorse destinata alla sanità fra le diverse regioni, il valore della spesa, se rapportato al Pil pro capite, pare incidere in misura maggiore nelle realtà più povere.

Tuttavia, la reale motivazione che purtroppo si adatta nella maggioranza dei casi attiene alle inefficienze gestionali nella produzione dei servizi, offerte quantitativamente inappropriate di prestazioni e ancora ad investimenti non correttamente pianificati nel tempo e nella distribuzione fra i soggetti produttori.

Articolo pubblicato il 17 aprile 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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