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Meno superfici vitate in Sicilia, meno occupazione
di Michele Giuliano

Dal 1993 al 2012 si sono persi in questo comparto ben 50 mila posti di lavoro, chiuse 200 mila aziende. Il mondo del lavoro siciliano ha subito un enorme contraccolpo con la diminuzione dei vigneti

Tags: Agricoltura, Vitigni, Vino, Uiv



Si dice che l’agricoltura sia sempre stato il primo veicolo dell’economia siciliana. Dopo avere letto l’ultimo report dell’Uiv, l’Unione italiana vino, pubblicato nel rapporto “Vino in cifre”, si ha una contezza quanto mai “drammatica” della reale situazione.
I numeri alle volte riescono ad avere un impatto che va oltre alla semplice percezione. In particolare nell’Isola c’è stato un netto crollo delle superfici vitate e con esso è venuto a decadere un pezzo consistente del mercato del lavoro siciliano.
 
Partendo da un’analisi storica, con i primi documenti risalenti al 1886 che parlano di 300 mila ettari di terreni coltivati a vigneto, si evince una progressiva perdita di questa peculiarità produttiva agricola. Dopo il conflitto mondiale e gli anni ’60 il comparto vitivinicolo siciliano era caratterizzato da una considerevole dinamicità, sia in termini di affermazione territoriale, con una superficie di 199 mila ettari di produzione di uva da vino. Il “Censimento dell’Agricoltura” del 1970 rilevava in Sicilia 147 mila ettari di vigneto per uva da vino, nel 1982 si sale a 168 mila, poi dagli anni ’90 il declino.

Secondo l’Osservatorio Vitivinicolo Regionale, su dati Anagrafe vitivinicola 2000/Srrfv e assessorato regionale Agricoltura e foreste, la superficie nel 2014 si è ridotta a 103.076 ettari. Un dato molto preoccupante questo: secondo i dati dell’ultimo censimento generale dell’agricoltura del 2010 le aziende agricole siciliane sono state dimezzate dal 1982 al 2010. Si è passati dalle oltre 428 mila di allora alle 220 mila oggi.

Praticamente nell’ultimo decennio ogni tre aziende ne ha chiuso una. Guardando poi i dati sul numero degli occupati, secondo i dati Istat la situazione è simile: 50 mila occupati in meno dal 1993 al 2012. “La principale dinamica strutturale che emerge dai risultati censuari – scrive l’Uiv - è quella della composizione fondiaria, in poche parole il ritorno al latifondo è tangibile e lo dicono i dati”.

Il vigneto in Sicilia, come nel resto d’Italia, non si rinnova, ed è questo il principale problema: “Non solo c’è un progressivo invecchiamento dei vigneti – segnala l’Uiv - ma anche dei proprietari, che magari vanno in pensione ed abbandonano tutto e i giovani non vogliono entrare in questo settore, dove un’eccesiva burocrazia li scoraggia nell’intraprendere l’attività viticola ed agricola. Occorre anche una formazione professionale di un certo tipo. Non si può solo insegnare come potare, concimare o raccogliere. Serve anche insegnare la gestione di un’impresa”.
 


Resistono oggi soltanto le grandi aziende
 
Tra le cause del tracollo del modello agricolo e viticolo siciliano c’è la burocrazia. Resistono solo le grandi aziende: quelle con superficie di 50 ettari sono infatti passate dallo 0,9 al 2,1 per cento del totale. Diminuiscono le aziende con superficie sotto i 10 ettari, passate dal 93 al 86,7 per cento. C’è chi però crede che, nonostante l’attuale crisi, c’è uno spiraglio di ripresa: “Con l’attenzione e l’informazione necessaria – afferma Giacomo Alberto Manzo, responsabile regionale del dipartimento ‘Viticoltura ed Enologia’ di Fare Ambiente Sicilia - sarebbe possibile estrarre dal vigneto non solo buon vino ma anche tutta l’energia necessaria per la gestione del vigneto. È chiaro che la produzione di uva rappresenta una delle più importanti forme di tutela ambientale, dal momento che la sola provincia di Trapani, con i suoi 60 mila ettari circa di vigneto, favorisce l’assorbimento di circa 450 mila tonnellate di Co2 all’anno”.

Articolo pubblicato il 18 aprile 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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