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Quotidiano di Sicilia

"Home restaurant", cosa dice la legge
di Adriano Agatino Zuccaro

Secondo la Fipe si corre il rischio di abusivismo e mancanza di norme di sicurezza

Tags: Home-Restaurant, Social Eating



CATANIA - Italia, paese di Santi, poeti, navigatori e (aggiungiamo noi) buone forchette. La cucina made in Italy conosce pochi rivali nel mondo e nella penisola si moltiplicano i talent show (MasterChef docet) in cui apprendisti cuochi si danno battaglia ai fornelli. Sarà l’influsso della tv, sarà la crisi e la voglia di sperimentare, fatto sta che l’espressione “Home restaurant” inizia a suonare familiare anche nella nostra Isola.
 
La “ricetta” vincente, nata a New York nel 2006 (secondo bedandbreakfast.it), consiste nel trasformare la propria casa, e quindi la propria cucina, in un ristorante. Un luogo aperto per amici, conoscenti, perfetti sconosciuti e turisti in cui assaporare la cucina tipica in un’atmosfera familiare. Spesso agli ospiti è destinato un unico tavolo e un menù fisso con prodotti acquistati dai negozianti del posto a km zero. Passione, prezzi modici, passa parola e promozione su internet sembrano costituire la base da cui partire per queste “attività”.

Fin qui tutto liscio come l’olio ma l’idea (e la sua realizzazione) desta qualche perplessità e preoccupazione per la Federazione italiana pubblici servizi (Fipe) che ha ritenuto opportuno allertare il Nas (nucleo speciale dei carabinieri che si occupa delle frodi nel settore alimentare).

Secondo la Fipe, infatti, gli home restaurants possono nascondere attività abusive noncuranti della normativa sulla sicurezza del lavoro. La legge 286/1991 prevede sanzioni da 2.500 a 15.000 euro per chi esercita abusivamente l’attività.
Meglio resistere alla voglia di dare nuova vita alla propria cucina?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Consolata Gagliano di Veroconsumo. “In Italia, allo stato attuale, non esiste una normativa che disciplini lo svolgimento della predetta attività. Esiste, invece, un disegno di legge (Ddl S.1271 del 27/02/2014). Esso prevede l’utilizzo della propria struttura abitativa, anche se in affitto, fino ad un massimo di due camere, e per un massimo di venti coperti al giorno” afferma l’avvocato.

Nel Ddl è previsto che i locali possiedano i requisiti igienico-sanitari per l’uso abitativo previsti dalle leggi e dai regolamenti vigenti e l’espletamento di poche altre pratiche burocratiche. “Tuttavia - prosegue l’avvocato - il Ddl n. 1271 sull’home food non è stato ancora discusso dal Parlamento italiano. Molti sostengono che non ci sono nodi burocratici per l’apertura degli “home restaurants”, qualora si guadagni una cifra non superiore ai 5mila euro. Inoltre, non c’è la necessità di fare una dichiarazione (articolo 1 comma 100 della Legge finanziaria 2008 n.244, che regola il lavoro domestico), in quanto non è una vera e propria attività. Ma è anche vero che il comma citato non menziona affatto questi “enti” e si sviluppa esclusivamente attorno ai soggetti dei “minimi”, dal punto di vista fiscale, mentre non affronta per nulla eventuali deroghe amministrative e sanitarie”.

Il vuoto normativo riguardo agli home restaurants rende possibile il proliferare delle opinioni più svariate e a tal proposito “risulta necessaria e urgente una modifica legislativa” continua l’avvocato Gagliano che conclude: “A giudizio di chi scrive - poiché detta nuova attività non è espressamente vietata da alcuna norma di legge – essa è certamente lecita, a condizione che , vengano rispettate le norme igienico-sanitario e quelle amministrative”.
 

 
Grassia (Veroconsumo): “L’attività non richiede l’I.v.a.”
 
CATANIA - Resta da sciogliere l’aspetto fiscale della questione che il dottore commercialista, Giuseppe Grassia (Veroconsumo), chiarisce nel corso di una nostra intervista: “Se l’attività viene svolta in maniera occasionale (ossia non è esercitata abitualmente, ovvero in modo professionale e continuativo) il reddito derivante non richiede l’apertura di una posizione I.v.a. ma è da qualificare ‘reddito diverso’. La soglia dei 5.000 euro annui si riferisce solo all’eventuale iscrizione alla Gestione Separata dell’I.n.p.s. in caso di suo superamento. Se l’attività dovesse assumere i caratteri dell’abitualità allora occorrerebbe aprire la partita I.v.a. magari ricorrendo alle agevolazioni previste per i contribuenti minimi dall’art. 1, comma 100, della legge finanziaria 2008 ossia la n. 244 del 24/12/2007 ancora per tutto il 2015 oppure dai nuovi regimi forfettari”. Grassia fa anche osservare che “tra le libertà previste dalla Costituzione c’è quella prevista dall’art. 41 (L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana)”. Sicurezza chiedono gli ospitati e gli ospitanti ma senza una modifica legislativa l’obiettivo appare difficile da raggiungere.

Articolo pubblicato il 06 maggio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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