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Quotidiano di Sicilia

L’anniversario dello Statuto siciliano, ovvero del fallimento della nostra classe politica
di Francesco Sanfilippo

Tre giornate di incontri fino al 16 maggio. Ardizzone, pres. Ars: “Basta privilegi, ma maggiore responsabilità”. Armao, ex assessore e amministrativista: “Oggi l’autonomia va completamente riletta e rilanciata”

Tags: Regione Siciliana, Autonomia, Statuto Autonomo, Gaetano Armao, Giovanni Ardizzone



PALERMO - L’autonomia siciliana è divenuta sinonimo di sprechi da difendere e privilegi da salvaguardare, spesso dimenticando, troppo volutamente, che lo statuto non voleva questo. Al contrario, mirava a salvaguardare l’autonomia dallo Stato centralista, offrendosi la possibilità di una reale autonomia economica, sociale e politica. Ciò non è accaduto e oggi siamo in balia di un nuovo centralismo che non assicura l’efficienza di cui i suoi sostenitori lo circondano. Si è tenuta, così, ieri presso Palazzo dei Normanni a Palermo la conferenza-stampa per presentare il convegno “Settant’anni di autonomia siciliana” che si terrà dal 14 al 16 maggio. Il convegno è stato promosso dal Dipartimento Dems dell’Università di Palermo e partirà appunto il 14 con dibattiti e riflessioni sullo statuto con numerosi giuristi stranieri e italiani.

Il 15 maggio, non a caso, ricorrerà il 69° anniversario della pubblicazione dello statuto, approvato nel maggio del 1946, primo statuto dell’Italia post-bellica. Tuttavia, la storia della nostra autonomia statutaria è molto più lunga e parte dal Medioevo, ma è nel 1812 che la Sicilia inizia una nuova fase storica. Infatti, i nobili siciliani ottennero dal re borbonico Ferdinando I la costituzione del 1812, poi revocata dallo stesso sovrano nel periodo della Restaurazione. I siciliani si ribellarono nel 1848, ottenendo una nuova costituzione, la cui autonomia, però, fu contrastata prima dai ribelli napoletani e poi da Ferdinando II.

L’Unità d’Italia con suo centralismo soffocò l’autonomia dell’Isola per 80 anni, né le classi dirigenti alto borghesi e nobili riuscirono a salvaguardare le prerogative dell’Isola nella nuova legislazione unitaria. Non a caso, lo statuto sarà comparato con legge di unificazione amministrativa del 1865, denominata Legge Lanza dal suo promotore che in questo modo estese la legislazione piemontese a tutto il Regno d’Italia. L’autonomia fu nuovamente concessa nel 1946 attraverso lo statuto che è adesso vigente nella Regione.

Così, la Sicilia ebbe la possibilità di creare una legislazione sociale ed economica realmente diversa dal resto d’Italia senza per questo violare i principi costituzionali dati dalla Costituzione. Inoltre, si presentò la possibilità di uno sviluppo industriale e commerciale originale grazie alla possibilità offerta dagli articoli 36, 37 e 38.

Tuttavia, questi articoli non sono mai stati attuati e le classi politiche succedutesi non sono state in grado di realizzare quest’autonomia. Questa seconda occasione perduta potrebbe essere fatale, poiché lo statuto siciliano è politicamente indebolito dalla continua delegittimazione cui è sottoposto.

Non è un caso, poiché la Sicilia è una delle 5 regioni a Statuto speciale, la cui potenziale autonomia, fonte di abusi in passato, costituisce, però, un ostacolo alle spinte centralistiche oggi vigenti. Si tratta di posizioni che puntano ad un recupero delle competenze centrali nella convinzione di garantire una maggiore efficienza alle istituzioni repubblicane. Queste tesi si scontrano con quelle posizioni che difendono il principio autonomistico e quello della sussidiarietà.

Gaetano Armao, esperto amministrativista, ha dichiarato: “Oggi, l’autonomia va completamente riletta e rilanciata nella prospettiva dell’Insularità che è un tema europeo, perché bisogna ripensare completamente un sistema che non può più essere di una Regione contro lo Stato, ma di una Regione che interloquisce con l’Europa”. 

Il presidente dell’Assemblea regionale, Giovanni Ardizzone, ha aggiunto: “L’opinione pubblica, anche legittimamente, è stata orientata ad avere una considerazione negativa dell’autonomia, per l’evidente ragione che è stata considerata come momento per esaltare i privilegi. La classe dirigente passata e recente ha sbagliato, per cui occorre compiere ulteriori sforzi, andando verso al Spending Review, perché l’autonomia non significa privilegi per la classe dirigente, ma maggiore responsabilità”.

Articolo pubblicato il 14 maggio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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