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I precari privilegiati danneggiano i disoccupati
di Carlo Alberto Tregua

Assunzioni con concorso e per merito

Tags: Precari, Lavoro



Precario è colui che ha ottenuto qualcosa con preghiere. Ovvero, la concessione gratuita di un oggetto o di un lavoro, la cui restituzione può essere chiesta dal concedente a suo arbitrio. Questo istituto non era considerato come un contratto, perché nessun rapporto obbligatorio ne nasceva.
Da queste lapidarie definizioni enciclopediche, si capisce come il termine precario (o precarista) sia del tutto inappropriato se riferito a quei dipendenti, assunti in forza di un contratto a tempo determinato, che hanno gli stessi diritti di chi è assunto a tempo indeterminato.
Chi usa il termine precario per definire i primi fa demagogia e inganna la pubblica opinione. è ora di smetterla e di tornare con i piedi per terra, chiarendo una volta per tutte che i dipendenti con contratto a tempo determinato o indeterminato hanno pari dignità, gli stessi diritti e doveri, perché il tempo del contratto non li fa variare nemmeno di una virgola.

Vi è una netta differenza fra chi lavora nel settore privato e in quello pubblico: la cessazione del rapporto a tempo indeterminato comportava la valutazione del giudice che poteva costringere il datore di lavoro a riprendersi il dipendente licenziato. Oggi, con la legge n.183/2014, chiamata Jobs Act, tale possibilità non c’è più.
Nel comparto pubblico, invece, nonostante molte leggi consentano la licenziabilità dei dipendenti per gravi motivi o inefficienza, di fatto tali eventi non si verificano quasi mai, perché il datore di lavoro pubblico è debole e non risponde ai cittadini per le proprie incapacità di produrre e gestire servizi efficienti. Di questo hanno grave responsabilità i dirigenti che sono (o che dovrebbero essere) i motori di una Pubblica amministrazione che funzioni.
È poi noto che i contratti di lavoro dei dirigenti sono sempre a termine. Non per questo essi si possono chiamare precari, anche perché i dirigenti bravi trovano collocazione in un mercato che ha bisogno di professionisti preparati. Dal che si deduce che chi urla a difesa dei precari, in effetti difende gli incapaci.
Sarebbe ora che giornali e televisioni smettessero di fare la tromba di chi non merita perché non ha capacità.
 
I precari pubblici non possono accampare diritti quando non hanno assolto il loro dovere primario, che è quello di avere superato il concorso pubblico, di cui all’art. 97 della Costituzione. Prima i doveri e poi i diritti, dice l’eterna regola etica.
Vi è una più importante questione di equità, che riguarda codesti precari pubblici. Essa si riferisce al privilegio che hanno ottenuto di entrare in un posto di lavoro per vie traverse, impedendo in tal modo a tantissimi altri cittadini di competere alla pari. Solo da tale competizione potevano emergere i meritevoli e non i raccomandati.
Dunque, i precari vanno ritenuti cittadini privilegiati, che agiscono in danno di moltissimi altri cittadini che non hanno avuto tale privilegio. Ecco perché la situazione va azzerata, senza se e senza ma, per rimettere nello stesso punto di partenza precari e disoccupati, in una gara pulita e senza trucchi, in cui vincano i migliori e non, ripetiamo, i raccomandati.

Precari contro disoccupati, ecco la verità che scriviamo da decenni, una verità che il ceto politico ha ignorato, perché ha basato la raccolta del consenso sul voto di scambio, tra voto e bisogno. è umano che chi abbia bisogno ceda alle lusinghe di chi gli chiede il voto, ma questo comportamento danneggia tutti gli altri cittadini.
Vi è un’ulteriore questione che va evidenziata: quando la Pubblica amministrazione assume un precario, non perché è bravo ma perché è stato raccomandato, fa un doppio danno alla collettività! Primo perché non è detto che chi entri nella Pa sia capace di eseguire bene i servizi e, secondo, perché il costo di tale precario viene pagato senza una contropartita di un lavoro fatto bene.
La Pubblica amministrazione, nel suo complesso, ha 4,3 milioni di addetti: 3,3 mln diretti e quasi un milione delle partecipate o controllate. Un numero rilevante, superiore al fabbisogno, mai determinato attraverso i Piani aziendali anticorruzione, che ogni ente ha l’obbligo professionale e civico di stendere e di rendere noto sui propri siti web.
Si tratta di un comportamento asociale e incivile che va ribaltato senza esitazione.

Articolo pubblicato il 28 maggio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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