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Sempre di più i siciliani all’estero
di Giorgia Lodato

La nostra isola è la prima regione d’Italia per numero di emigrati. Sono 663.000 a tutto il 2014. Tutti concordi: difficile immaginare di tornare dopo una esperienza fuori

Tags: Lavoro, Giovani, Emigrazione



CATANIA - La Sicilia è la prima regione d’Italia per numero di emigrati. Sono ben 663.776, secondo l’assessorato regionale della Famiglia, delle Politiche Sociali e del Lavoro, i siciliani che a tutto il 2014 sono residenti all’estero.
Si può realmente parlare di ‘fuga di cervelli’ o si tratta piuttosto di un viaggio per conoscere, imparare, approfondire per poi portare in patria il proprio arricchimento culturale?

Storie e personaggi diversi, ognuno spinto da un motivo personale o da un caso fortuito a lasciare la propria terra. Ora i giovani raccontano e spiegano come sono arrivati a cambiare abitudini, amicizie e stile di vita.

Piermaria Trischitta ha 22 anni e dopo aver frequentato un corso di cucina al Nord Italia e aver fatto qualche esperienza nella sua Catania, ha avuto l’opportunità di trasferirsi per lavoro ad Amburgo. E non poteva non cogliere la palla al balzo.

Quando hai capito che era giunto il momento di lasciare Catania? Come hai scelto la Germania? “Lavorare a Catania era semplicemente allucinante e quando ho ricevuto la chiamata per Amburgo mio padre mi ha consigliato subito di partire. Mi sono preso una notte per pensarci e l’indomani ho cercato un volo. Lì ho trovato siciliani che ci vivono da 30 anni e che mi hanno preso subito sotto la loro ala protettiva”.

Com’è stato l’impatto? “Ho trovato tanta organizzazione, benessere e ricchezza, ma tutto ciò va a scapito dell’umore della gente. Se vuoi lavorare per fare soldi è il posto perfetto, ma se vuoi fare esperienze nel settore culinario non credo sia il più adatto, perché sono un po’ indietro”.

Hai in mente di tornare per portare qui le tue nuove conoscenze o ti sposterai ancora? “Onestamente non ho in mente di tornare in Sicilia perché ho voglia di viaggiare e conoscere posti e persone nuove”.

Antonio Virzì è nato e cresciuto a Catania ma vive a Londra da 10 anni. Fresco di laurea in Ingegneria informatica si è trasferito prima a Milano e poi a Ivrea, dove ha lavorato nel settore delle telecomunicazioni. “Dopo quasi due anni di lavoro con una famosa ditta – racconta Antonio - ho notato che nel momento in cui l’azienda diventava globale l’Italia faceva fatica ad adattarsi e preferiva lavorare solo sul territorio nazionale. Io volevo fare esperienze internazionali e per questo nel 2004 mi sono spostato in Inghilterra”.
Antonio ha trovato lavoro in una start up inglese e ha cominciato a girare l’Europa. “Ci si accorge subito della differenza di mentalità: nonostante fosse un’azienda molto più piccola rispetto a quella dove lavoravo in Italia aveva ambizioni globali, c’erano uffici in 5 continenti e di colpo mi si sono aperti tanti orizzonti”.

Dopo un paio di anni di lavoro massacrante Antonio torna in Italia e incontra casualmente uno dei migliori amici. Così, davanti ad una birra, decidono di iniziare un nuovo progetto insieme. “Dopo un anno e mezzo passato a provare ad avviare un’azienda da Catania ho deciso di rispostarmi a Londra. Quando gli smartphone sono stati lanciati sul mercato abbiamo deciso di riconvertire il nostro progetto e creare un’app. Abbiamo cercato finanziamenti per poterla avviare e alla fine ho avviato da solo la società, coinvolgendo persone nuove tra cui molti inglesi. E’ nata così ‘Near me’”.

Un’esperienza entusiasmante e faticosa che non si è conclusa come Antonio sperava a causa della spietata concorrenza americana e della mancanza di risorse. “Abbiamo tentato e abbiamo raggiunto un milione di utenti in giro per il mondo. Non abbastanza per sostenere un’azienda di ormai 25 persone. Così alla fine dell’anno scorso ho deciso che non era più sostenibile investire in un progetto che non stava crescendo e ho chiuso ‘Near me’”. Adesso Antonio sta valutando se il progetto messo in piedi fino ad ora si può trasformare in qualcos’altro.
 
“E’ difficile gestire un ‘fallimento’ - dice - ma la realtà è che il 90% delle aziende innovative non ce la fa. Se riusciremo a trasformarla bene, intanto cerco di ricompensare il mio team per il lavoro che ha fatto e chiudere alcuni investimenti. Poi si potrà pensare a progetti futuri, non so se a Londra o altrove”.
 

 
Storie di successo.  Un bus londinese che vende piatti siciliani vegani
 
Ma non solo i giovanissimi trovano la forza di spostarsi in  un altro Paese. La chef catanese Myra Panascia, esperta dell’alimentazione e presidente dell’associazione “MiAmo”, registrata dalla Vegan Society Uk, insieme al figlio Fabio Pironti, dottore in Scienze agrarie, ha conquistato londinesi e turisti trasformando uno dei tipici autobus rossi a due piani inglesi in un ristorante. Niente fish and chips o hamburger, gli unici piatti serviti sono rivisitazioni vegane delle pietanze made in Sicily: panelle, arancini, focacce, spaghetti, insalata di arance e cipolletta, oli aromatizzati, capperi, olive, pomodori secchi, fave e tanto altro ancora.
Il “Veg-ltalian Street Food and Beverages”, questo il nome del ristorante su due ruote, fa base a Shoreditchun, piccolo quartiere a nord della City, ma punta a raggiungere Camden Town o la riva del Tamigi. Ha 34 tavoli realizzati con materiali riciclati, una cucina che è il regno di Myra, le scale musicali che suonano ad ogni passaggio, un display su cui compaiono i numeri dei tavoli per avvertire i clienti che le consumazioni ordinate sono pronte.
Un progetto ambizioso in cui mamma e figlio hanno investito soldi e fatica, che dimostra come ci si può sempre reinventare, prendendo oggetti comuni e rendendoli unici e innovativi.

Articolo pubblicato il 04 luglio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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