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Accordo tra Iran e Usa. Obama esulta, Israele no
di Redazione

Revocate le sanzioni a Teheran che ora può sognare da superpotenza

Tags: Iran, Usa, Barack Obama, Israele, Teheran, Hassan Rohani, Nucleare



Dopo dodici anni di periodiche trattative e fallimenti, cala - almeno per il momento - il sipario sui negoziati per il nucleare iraniano: la storica firma a Vienna dell'accordo definitivo apre la strada a un possibile cambiamento positivo nelle relazioni strategiche nel Medio Oriente.

Tutte le parti in causa hanno infatti insistito sul fatto che l'intesa "è positiva per tutti" e "ha solo vincitori", come ha ricordato il presidente iraniano Hassan Rohani nel suo discorso televisivo, preceduto di pochi minuti da quello dell'omologo statunitense Barack Obama.

E se Rohani ha sottolineato come la strategia negoziale abbia permesso di raggiungere tutti gli obiettivi di Teheran - dal mantenimento del nucleare civile alla revoca delle sanzioni - Obama ha battuto sul tasto degli aspetti positivi per la sicurezza nazionale e - ad uso del Congresso a maggioranza Repubblicana che dovrà esaminare e votare il testo - ha ricordato i vincoli dell'accordo: non fiducia, ma verifica, e ritorno alle sanzioni in caso di violazione. Il testo è costituito da un documento principale e da cinque appendici che trattano di varie questioni quali la cooperazione sul nucleare civile, la verifica degli accordi e la revoca delle sanzioni; sul piano strettamente tecnico, Teheran ha fatto sapere che diminuirà per un periodo di dieci anni il numero delle centrifughe da 19mila a 6mila, di cui solo 5mila operative.

Washington spera inoltre e soprattutto in altre ricadute non scritte nell'accordo, in particolare nella lotta contro il terrorismo e una migliore stabilizzazione dell'intera regione e non a caso Obama ha parlato di un Medio Oriente “disposto a muoversi in una direzione diversa”: appello diretto ad Israele, che non se ne è tuttavia dato per inteso. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti parlato apertamente di "errore storico" mentre dal suo governo arrivano definizioni quali "resa dell'Occidente": ma l'unica carta di cui ancora potrebbe disporre per mettere i bastoni fra le ruote a un'intesa che lo Stato ebraico ha sempre avversato è l'intervento del Congresso.

Si tratta tuttavia di una possibilità non troppo realistica: per superare il veto presidenziale - che Obama ha già messo in chiaro di voler esercitare se necessario - occorre una maggioranza qualificata di due terzi, che i Repubblicani non sono attualmente in grado di ottenere.

Cosa prevede l’accordo.
Tra i punti principali dell’accordo (sintetizzati dal sito ilpost.it), vi sono: il compromesso sui siti dove si svolgono attività nucleari, con la possibilità per gli ispettori ONU di eseguire controlli periodici e per l’Iran la facoltà di opporsi a determinate richieste di accesso;  l’interruzione dell’arricchimento dell’uranio in due dei principali siti nucleari iraniani (Natanz, Fordow), con conseguente riduzione delle attività di ricerca e sviluppo;  la fine di eventuali operazioni sotto copertura per produrre materiale fossile; se l’accordo fosse violato, le sanzioni nei confronti dell’Iran sarebbero ripristinate in 65 giorni dalla violazione; l’embargo sulle armi previsto dalle Nazioni Unite sarà attivo ancora per 5 anni, mentre il meccanismo di sanzioni per lo sviluppo di missili per 8 anni; l’annullamento delle sanzioni per quanto riguarda gli scambi di gas e petrolio, le transazioni finanziarie, il trasporto di merci per via aerea; lo scongelamento di diversi asset economici iraniani dal valore di svariati miliardi di dollari.

IRAN - Per Teheran l'obiettivo immediato e principale, al di là delle dichiarazioni di principio sui diritti nazionali, era quello di mettere fine alle sanzioni e salvare un'economia ormai in caduta libera: non a caso un sondaggio realizzato fra gli iraniani elenca al primo posto i miglioramenti nel tenore di vita come l'effetto che la popolazione si attende di ottenere dalla firma dell'intesa.
Teheran mantiene poi sostanzialmente intatte le proprie capacità nel settore del nucleare civile, con la possibilità di nuovi investimenti esteri: soprattutto, la Repubblica Islamica viene legittimata non più come Paese paria, ma - in tempi più o meno brevi - come attore a pieno titolo sulla scena regionale, in grado di esercitare la sua influenza con mezzi politici e non - più o meno clandestinamente - militari.

STATI UNITI - Questo è proprio l'obiettivo che l'Amministrazione Obama intendeva raggiungere: fare dell'Iran un interlocutore - alternativo agli alleati tradizionali - con cui discutere un nuovo equilibrio regionale in grado di stabilizzare un Medio Oriente in preda a diversi conflitti, ottenendo la collaborazione di Teheran nel reprimere o per lo meno frenare il terrorismo e l'estremismo.
ISIS - A questo proposito la lotta contro lo Stato Islamico merita una menzione a parte: se è vero infatti che la Repubblica Islamica finanzia e appoggia non pochi gruppi radicali è anche vero che è il principale oppositore dell'Isis sul terreno; l'accordo apre la possibilità a una aperta cooperazione politica e militare contro i jihadisti (sempre che Teheran freni contemporaneamente sull'utilizzo dei gruppi sciiti o di Hamas come arma di destabilizzazione).

EUROPA - Al di là del prestigio e dell'impegno profuso dall'Ue nei dodici anni di negoziato, per l'Europa - o meglio per i suoi Paesi membri - i vantaggi sono soprattutto di indole economica: la revoca delle sanzioni aprirà la strada a massicci investimenti esteri in Iran, Paese dotato di grandi riserve energetiche ma di scarse infrastrutture per il loro sfruttamento.

Articolo pubblicato il 15 luglio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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