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Quotidiano di Sicilia

Referendum sulle pensioni privilegiate
di Carlo Alberto Tregua

Abolire il sistema retributivo

Tags: Sistema Retributivo, Pensioni, Referendum



In un precedente editoriale abbiamo descritto l’abrogazione delle leggi che hanno consentito il privilegio di centinaia di migliaia di pensionati, che percepiscono molto di più dei contributi versati.
La proposta riguardava l’abrogazione di tali leggi ordinarie mediante legge costituzionale, per evitare che tutti i percettori di pensioni privilegiate facessero ricorsi e si vedessero dare ragione dalla Corte costituzionale, ove avesse giudicato i privilegi come diritti acquisiti.
Ma c’è anche lo strumento del referendum, tendente ad abrogare le leggi sulle pensioni privilegiate. Se fosse sottoposto il quesito agli italiani, sarebbe votato in massa sia da tutti i pensionati che percepiscono l’assegno proporzionato ai contributi versati, che da tutti i cittadini i quali non sopportano più di vedere quanta gente mangia sulla greppia delle imposte pagate con tanti sacrifici, senza averne il minimo diritto.
Ricordiamo che il privilegio acquisito non è diritto acquisito.

Matteo Renzi, come segretario del Pd, all’assemblea nazionale tenuta all’Expo il 18 luglio, ha annunciato un programma di abbattimento delle tasse, nella legislatura, di 50 miliardi. Dieci sono stati tagliati nel 2014, restituendo mille euro l’anno a dieci milioni di persone; cinque miliardi sono stati tagliati all’Irap delle imprese nel 2015; quindici miliardi verranno tagliati nel 2016 per tutte le tasse sulla prima casa; dieci miliardi nel 2017 per una buona parte di Ires e Irap; e dieci miliardi nel 2018 per la riforma delle pensioni e degli scaglioni Irpef .
Renzi è stato accusato da Brunetta e da M5S di annuncite, la tradizionale malattia dei politicanti di lungo corso, abituati a promettere e a non mantenere mai.
Però, nel caso di Renzi, i primi quindici miliardi sono stati effettivamente tagliati. Per gli altri trentacinque vi sono grandi perplessità, perché si addizionano a un’altra quindicina di miliardi (un punto di Pil) necessari per evitare le clausole di garanzia, che comporterebbero aumento di Iva e accise.

Tuttavia, se il Governo adotterà un’efficace politica di tagli della spesa corrente (cattiva), potrà raggiungere l’obiettivo.
Tra la spesa corrente cattiva vi è appunto quella di ben quarantasei miliardi che lo Stato eroga ogni anno ai pensionati privilegiati, come cifra addizionale a quella cui avrebbero diritto in base ai contributi versati.
Il taglio della spesa corrente non solo ha un aspetto benefico, perché riequilibra i conti dello Stato, ma anche perché fa recuperare risorse da destinare ad investimenti, cioè la spesa pubblica buona.
In fondo, l’azione virtuosa di governo dovrebbe essere indirizzata ad eliminare le inefficienze e gli sprechi e a rinforzare gli investimenti produttivi, quelli per le opere pubbliche, comprese le altre destinate al territorio e ai suoi guasti.
Qualche ignorante di sinistra estrema (ma ce ne sono anche di destra), evoca la figura del grande economista John Maynard Keynes (1883–1946) per sostenere che il governo dovrebbe ampliare la spesa pubblica. L’ignoranza consiste nel fatto che Keynes perorava l’ampliamento dell’intervento pubblico, ma in direzione degli investimenti, giammai in quella della spesa corrente.
 
Non sappiamo se l’iniziativa referendaria per abolire le pensioni privilegiate sarà sposata da associazioni di cittadini, Classe dirigente e altri. Però è certo che essa, insieme a un Ddl costituzionale per abrogare le leggi dei privilegi pensionistici, è stata indicata per la prima volta da questo giornale. Cosicché, nessuno potrà dire, in futuro, che l’ipotesi non era stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica.
Utilizzare il referendum per tagliare le leggi di spesa improduttiva dovrebbe essere un modo costante che spinga il governo in questa direzione. Invece, ci si limita al chiacchiericcio e alle sterili parole, cui non seguono comportamenti e fatti.
Di concretezza ha bisogno il nostro Paese. E di gente seria, che quando assume un impegno con i cittadini o lo rispetta pienamente, oppure se ne va casa e sparisce dall’agone politico.
Ci auguriamo che Matteo Renzi, con la legge di Stabilità 2016, da inviare all’Ue entro il 15 ottobre 2015, mantenga il suo impegno per evitare di diventare uno dei tanti parolai di cui certo l’Italia non ha bisogno.
 

Articolo pubblicato il 28 luglio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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