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In Sicilia gli edifici più scadenti d’Italia
di Rosario Battiato

La legge regionale per il risanamento dei centri storici non basta, serve un piano organico per il patrimonio edilizio. Un immobile residenziale su quattro è catalogato dall’Istat come “mediocre” o “pessimo”

Tags: Centro Storico



PALERMO – Si intravedono dei movimenti che sembrano suggerire il tanto richiesto recupero del patrimonio edilizio siciliano. All’inizio di luglio l’Ars ha approvato la legge “Norme per favorire il recupero del patrimonio edilizio di base dei centri storici”, che prevede lo snellimento dei procedimenti per avviare operazioni di risanamento urbanistico. In attesa che i comuni si dotino di un piano particolareggiato – hanno otto mesi di tempo così come previsto dalla legge – restano tantissime le abitazioni isolane, e non soltanto nei centri storici, che hanno la necessità di essere messa in sicurezza. E noi abbiamo realizzato il quadro completo.

La legge sul recupero dei centri urbani non può concludere l’impegno della Regione su un fronte che resta particolarmente urgente. A livello nazionale ci sono i bonus fiscali per l’efficientamento energetico e la messa in sicurezza, ne abbiamo parlato diffusamente in altre occasioni, mentre la Regione ha soltanto prorogato di un altro anno il piano casa regionale (scadenza prevista per dicembre di quest’anno) che prevede, tra le altre cose, riduzioni relativi agli oneri concessori che si allargano in caso di adozione di sistemi di isolamento e dissipazione sismica e bonus relativi all’ampliamento volumetrico con particolari vantaggi in caso di demolizione e ricostruzione con obbligo di utilizzare le tecniche costruttive della bioedilizia. Tutto questo in abbinamento con la nuova legge sui centri storici.

Le case isolane però sono tante e vecchie, pertanto senza un piano organico sembra difficile pensare a un effettiva messa in sicurezza contro il rischio sismico e all’avvio di effettive pratiche di risparmio energetico. L’ultimo censimento dell’Istat “Popolazioni e abitazioni” ha piazzato l’Isola al secondo posto nazionale, dopo la Lombardia, per numero di edifici (1,7 milioni) con il 12,2% del totale nazionale. Numeri in crescita che fanno da contraltare a un dato ancora più significativo che riguarda la percentuale degli edifici non utilizzati perché cadenti, in rovina o in costruzione. In Sicilia si è registrata la più elevata porzione nazionale di questo dato (17%), seguono la Calabria (9,3%) e la Campania (8,4%).

Ancora più drammatici i risultati relativi alla qualità degli edifici residenziali che l’Istat ha suddiviso in quattro categorie: ottimo, buono, mediocre e pessimo. Nell’Isola sono stati mappati 1,4 milioni di edifici residenziali e di questi circa 375mila, pari al 26% del totale, risultano catalogati tra mediocre (331mila) e pessimo (43mila). Poco più di un milione rientrano tra buono (750mila) e ottimo (300mila). Medie statistiche non si riscontrano altrove: nel nord-ovest il binomio mediocre-pessimo riguarda il 14% degli edifici, e una media non troppo dissimile si rintraccia nel nord-est (12%) e nel centro (13%). Battuta persino la pessima media del Sud che sfiora i 21 punti percentuali di patrimonio edilizio nelle due caselle qualitative più in basso.

A questo stato di cose si aggiunge il pericolo derivato dal rischio naturale: una stima dell’Enea ha valutato che il 70% del patrimonio edilizio isolano risiederebbe in aree a rischio sismico elevato, considerando che ci sono 171mila edifici residenziali costruiti tra il 1919 e il 1945, altri 223mila tra il 1946 e il 1960, e 259mila tra il 1961 e il 1970. In totale fanno quasi 700mila edifici costruiti all’alba della legislazione antisismica in un’Isola che presenta 356 comuni nelle due più elevate fasce di rischio: 1 (27) e 2 (329).

Articolo pubblicato il 01 settembre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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