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Biocarburanti, ottimi per ridurre la CO2 in atmosfera
di Redazione

Ma non sottovalutare l’impatto della produzione

Tags: Biocarburanti, Inquinamento



I biocarburanti sono una delle grandi speranze nella lotta al cambiamento climatico. Coltivare piante in grado di essere trasformate in alcool o biodiesel, sostituendo benzina e gasolio di origine fossile, sembra un modo perfetto per smettere di immettere anidride carbonica (CO2) in atmosfera, visto che le piante, per crescere, assorbono questo gas dall’aria.  Non bisogna però sottovalutare l’impatto dell’intero ciclo della loro produzione: un utilizzo poco accorto dei terreni disponibili può addirittura incrementare le emissioni complessive dei gas serra oppure l’impiego intensivo di fertilizzanti azotati può rilasciare in atmosfera protossido di azoto.
 
Inoltre è necessario considerare le implicazioni ambientali ed economiche della logistica legata al trasporto delle biomasse agli impianti di conversione e alla distribuzione dei prodotti finali. I problemi ambientali derivanti dalla coltivazione su vasta scala, comporta anche la sottrazione di terre e risorse dedicate alla produzione alimentare. Il risultato è che il prezzo di alcuni alimenti necessari all’uomo, o per i mangimi per gli animali, salirebbe e c’è chi prevede il peggio.

Quando si parla di biocarburanti, oggi ci si riferisce all’alcool derivato da zuccheri o amidi vegetali (canna da zucchero, mais, barbabietola), che può sostituire la benzina, al biodiesel, derivato da oli vegetali (soia, colza, palma da olio), che può sostituire il diesel ricavato dal petrolio, e al biogas, derivato dalla fermentazione di sostanze organiche, che può sostituire il gas naturale. Purtroppo, però, più si studiano in dettaglio tutti i passaggi necessari alla loro produzione e più arrivano brutte notizie sulla loro capacità di farci risparmiare energia fossile e salvarci così dal riscaldamento globale.

In particolare è l’etanolo la sostanza su cui stanno puntando molto grandi stati come il Brasile, che già sostituisce in questo modo un terzo della sua benzina, e gli Stati Uniti, che intendono moltiplicare la produzione di questo alcool di molte volte entro il 2020, miscelandolo poi alla benzina, in modo da ridurre dipendenza dal petrolio e emissioni di CO2.

Un primo problema con l’etanolo è che il combustibile è diverso da quello per cui i motori sono stati pensati. Questo problema si può risolvere, ma sostituire tutte le auto a benzina non sarebbe una piccola impresa.

Problema più grave, invece, è che le piante utilizzate per produrre l’etanolo richiedono troppe cure e troppa energia, sotto forma di lavorazioni del terreno e concimi.

Si è già stabilito, per esempio, che per coltivare il mais si consuma più energia di quanta poi se ne ricavi. Per il biodiesel le cose vanno meglio: piante coltivate ai tropici, come la palma da olio o la soia, hanno rendimenti migliori.

Joseph Fargione, dell’associazione Nature Conservancy di Minneapolis, sostiene però che se per coltivare queste piante si dovrà disboscare e dissodare nuovo terreno, il risultato netto, per quanto riguarda l’effetto serra, sarà disastroso. Secondo Fargione, infatti, ogni ettaro di foresta brasiliana che verrà trasformato in campi di soia, rilascerà in aria 700 tonnellate di CO2, sotto forma di legna e radici bruciate o lasciate decomporre. Per recuperare questa CO2 si dovrà coltivare lo stesso ettaro a soia destinata a biodiesel per 300 anni. Nel caso della palma da olio, altra pianta destinata alla produzione di biodiesel, che cresce su suoli torbosi, molto ricchi di carbonio, gli anni per recuperare la CO2 emessa dal terreno disboscato salgono a 400. E se veramente si intende sostituire entro i prossimi venti anni almeno il 15% dei carburanti fossili con biocarburanti, le prospettive di un gigantesco incremento della deforestazione tropicale sono certe.

Il terzo problema, forse il più serio di tutti e certamente quello con effetti più immediati, è che la coltivazione di piante per ottenere biocombustibili sottrae terreni alle colture destinate all’alimentazione. E questa sostituzione, in un pianeta sempre più affollato e affamato, spinge in alto i prezzi delle risorse alimentari più diffuse, con il rischio di innescare crisi soprattutto nei paesi più poveri.

Articolo pubblicato il 29 ottobre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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