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Migrazioni interne, non solo da Sud a Nord
di Redazione

Rapporto 2015 a cura di Issm-Cnr: tra gli italiani a spostarsi sono soprattutto gli uomini, tra gli stranieri, invece, le donne. Sicilia meta di lavoratori agricoli stranieri: soltanto nel 2013 sono aumentati del 500%

Tags: Migrazione



ROMA - Nel 2013 in Italia, 1.362.000 persone si sono trasferite in un altro comune, oltre mezzo milione sono ‘migrate’ in un’altra provincia.

Il flusso più significativo non è da Sud a Nord, come si potrebbe immaginare, ma tra province del Centro-nord, e non poche sono state le persone che si sono spostate verso il Mezzogiorno.

Il ‘Rapporto 2015 sulle migrazioni interne in Italia-Tempo di cambiare’ dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Issm-Cnr) di Napoli, a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, conferma un aumento dei movimenti di popolazione dentro l’Italia, che vede gli immigrati grandi protagonisti.

“Alcune cifre: nel 2013, 216.538 italiani e 76.038 stranieri si sono spostati all’interno delle province del Centro-nord, è dunque questo il movimento migratorio interno prevalente. 99.552 italiani e 10.417 stranieri si sono spostati lungo la tradizionale direttiva dal Sud al Centro-nord, 67.892 italiani e 6.727 stranieri all’interno delle province del Sud e una cifra non irrilevante di 59.028 italiani e 7.485 stranieri si sono spostati ‘all’inverso’, dal Centro-nord al Sud”, spiega Colucci.

“I trasferimenti tra province, che hanno ovviamente più ‘valore migratorio’, rappresentano circa il 40% del totale e attestano un aumento della mobilità: da 486.000 nel 2003 a 543.677 nel 2013.

Per quanto riguarda le province ‘calde’ come saldo migratorio nel 2013 si attestano con il segno +: Bologna (+3,9 per mille); La Spezia (+3,2 per mille); Rimini (+ 2,9 per mille) e Bolzano (+2,9 per mille). Con il segno -: Vibo Valentia (-5 per mille); Reggio Calabria (-4,6 per mille); Caltanissetta (- 4,2 per mille) e Napoli (- 4,0 per mille)”.

“Gli stranieri hanno una tendenza a spostarsi comprensibilmente molto superiore: nel 2013 l’hanno fatto 53,5 persone su mille, contro i non pochi 20 italiani”, spiega il saggio di Corrado Bonifazi e Frank Heins (Irpps-Cnr) ed Enrico Tucci (Istat).
“Con la specifica che tra gli italiani si spostano maggiormente gli uomini, tra gli stranieri le donne, soprattutto tra i 44 e i 54 anni: in genere si tratta di cosiddette badanti e collaboratrici domestiche che cambiano luogo di lavoro”.

Il lavoro di assistenza è oggetto nel libro di un approfondimento sul comune di Bondeno (Fe), curato da Caterina Satta (Università di Ferrara) con interviste che evidenziano l’isolamento in cui vivono le donne provenienti dall’Est Europa, la necessità di spostarsi continuamente legata a un lavoro irregolare e precario e il notevole peggioramento delle condizioni di vita con la crisi economica: problematiche che le politiche di accoglienza e integrazione non riescono a intercettare.

Il lavoro agricolo è analizzato invece da Alessandra Corrado (Università della Calabria): “In Italia meridionale il numero di lavoratori agricoli stranieri è passato dai 66.044 del 2007 ai 129.574 del 2013: in Sicilia e in Basilicata è aumentato rispettivamente del 500% e del 400%”, ma il fenomeno si rileva anche in Andalusia dove “l’incremento, negli anni della crisi, è stato esponenziale e in entrambe le aree il lavoro rurale è segnato da una notevole tendenza allo spostamento e alla ‘migrazione nella migrazione’”.

“Gli stessi luoghi che prima accoglievano i cosiddetti ‘terroni’ sono oggi occupati da maghrebini, nordafricani, cinesi, sudamericani”, dice lo scrittore Marco Balzano, vincitore del Premio Campiello 2015 con la storia di un bambino emigrato dalla Sicilia a Milano negli anni ’50 e intervistato nel volume. È una storia del passato più recente anche quella di Rocco Rascano, emigrante lucano partito per Torino negli anni del 'miracolo economico', che evidenzia come il fenomeno abbia messo in crisi anche i partiti di massa quale il Pci, cui Rascano era iscritto.

Il Rapporto, pubblicato con cadenza annuale, evidenzia le molteplici conseguenze dello spostamento di popolazione sul piano sociale, economico e culturale, dalla trasformazione della lingua e dei dialetti a quelle a livello politico, sociale, sindacale e istituzionale. “Grazie a questo progetto di ricerca del Cnr, studiosi di demografia, storia, antropologia, sociologia, linguistica e informatica si interrogano su un fenomeno che è importante comprendere a fondo, diffuso in tutto il Paese in modo trasversale: grandi città e piccoli comuni, campagne e aree industriali, centro-nord e centro-sud. In una fase in cui il dibattito sulle immigrazioni è presente in modo martellante, ‘Tempo di cambiare’ fornisce un punto di vista originale, in cui si cerca di superare la polarizzazione vittime-carnefici che troppo spesso accompagna la percezione delle migrazioni”, conclude Colucci.

Articolo pubblicato il 11 novembre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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