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Quotidiano di Sicilia

La pensione è diritto (in base ai contributi)
di Carlo Alberto Tregua

Papa Bergoglio non sa i privilegi italiani

Tags: Pensione, Papa Francesco



Il Papa ha ragione quando afferma che la pensione è un diritto: un principio sacrosanto. Ma il Papa non sa che nel nostro Paese, per effetto di una politica clientelare basata sul voto di scambio con il favore, a tale diritto è stato addizionato un iniquo privilegio, che suddivide i pensionati italiani fra quelli di serie A (pubblici) e quelli di serie B (privati).
Cosa non sa, Francesco? Non sa che ancora oggi tutti i pensionati pubblici percepiscono l’assegno non già commisurato ai contributi versati, bensì a un calcolo che obbliga le casse dello Stato ad aggiungerne una parte prelevata dalla fiscalità generale.
Il Papa non sa neanche che questo privilegio dei pensionati pubblici non è goduto (per fortuna) dai pensionati privati.  Se fosse  a conoscenza di questo inghippo italiano, avrebbe sicuramente aggiunto che principi etici e valori morali, nonché religiosi, imporrebbero che tutti i pensionati fossero uguali, facendo rientrare quelli privilegiati nell’ordinario trattamento, cioè assegno in proporzione ai contributi versati, e non di più.

Questo è un argomento che abbiamo trattato svariate volte, suggerendo anche le possibili soluzioni. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha comunicato che se in via teorica si ricalcolassero tutte le pensioni, dalla prima all’ultima, col metodo contributivo, l’Inps risparmierebbe ben 46 miliardi l’anno. Ma, più importante, si metterebbero tutti i pensionati sullo stesso livello e cioè, ripetiamo: assegno pensionistico esclusivamente calcolato in base ai contributi versati.
L’obiezione sorta da più parti è che una legge ordinaria che prevedesse questa riforma sarebbe dichiarata incostituzionale dalla Corte, perché essa difende sempre i cosiddetti diritti acquisiti. La verità è, invece, che non si tratta di diritti acquisiti, bensì di privilegi acquisiti che, come tali, andrebbero senz’altro eliminati.
E allora, quale sarebbe la via da imboccare? Inserire nell’attuale riforma costituzionale il principio dianzi descritto e cioè, ripetiamo ancora, che l’assegno pensionistico debba essere calcolato esclusivamente in base agli effettivi contributi versati. Di fronte a una legge costituzionale, la Corte non potrebbe dire alcunché.
 
Ma perché il governo non prende l’iniziativa indicata? La risposta è banale. Perché si tratterebbe di una legge impopolare, che farebbe rivoltare alcuni milioni di pensionati privilegiati, i quali non voterebbero il partito di maggioranza alle prossime elezioni.
Ma uno statista, come pretende di essere Matteo Renzi, dovrebbe fare come Alcide De Gasperi o come Gaetano Martino o come Ugo La Malfa, ministri integerrimi che prendevano decisioni impopolari ma giuste. E come Margaret Thatcher (Iron Lady) o Tony Blair che, con una serie di riforme impopolari, hanno messo in moto la Gran Bretagna. E come Gerhard Schröder, cancelliere che con le riforme sul mondo del lavoro perse le elezioni, ma mise in moto la locomotiva tedesca.
Dunque, l’Italia è nelle condizioni in cui si trova perché non ha avuto nell’ultimo ventennio statisti come quelli citati, che non hanno mai badato al consenso, bensì a perseguire l’interesse generale dei cittadini e, segnatamente, di quelli più deboli.

Il presidente dell’Inps, Boeri, ha lanciato un’ulteriore proposta: effettuare un prelievo sulle pensioni al di sopra di cinquemila euro lorde mensili, nella misura da determinare e utilizzare le risorse così recuperate per finanziare i senza lavoro. Si tratta di una proposta che ha la stessa finalità del reddito di cittadinanza del M5S.
Quest’iniziativa di Boeri non ha la capacità di riequilibrare il rapporto tra pensionati privilegiati e pensionati ordinari. Quindi risulta demagogica, anche se attuabile con legge ordinaria, perché in questo caso la Corte costituzionale non avrebbe niente da ridire, in quanto il provvedimento avrebbe effetto su tutti i pensionati, nessuno escluso.
La materia è delicata, perché è difficile dire ai pensionati privilegiati di ridimensionare il loro tenore di vita per rientrare nella normalità. Ma bisogna raddrizzare le storture, se si vuole rimettere al centro della vita sociale dei cittadini il valore dell’equità e l’eguaglianza fra essi.
Fino a quando i privilegiati rimangono intoccabili, nessuna riforma potrà rimettere in carreggiata la democrazia italiana.

Articolo pubblicato il 14 novembre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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