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Giovanni De Censi: "Un successo radicato sul territorio nazionale"
di Valerio Barghini

Forum con Giovanni De Censi, Presidente Gruppo bancario Credito Valtellinese

Tags: Giovanni De Censi



Partiamo dal Gruppo Credito Valtellinese, di cui lei è Presidente: al momento quanti sportelli conta sul territorio?
“Parliamo di 533 sportelli suddivisi fra undici regioni”.

Quali di queste undici raggiungono le migliori performance?
“Oltre ovviamente alla Lombardia, cito il Veneto, le Marche, il Lazio. A seguire tutte le altre. Un Gruppo, il Valtellinese, di cui comunque siamo in generale contenti su tutto il territorio nazionale. Il Gruppo Creval in questi primi nove mesi ha evidenziato un dato molto positivo nell’erogazione di nuovi mutui, più che raddoppiati rispetto all’analogo periodo del 2014. I mutui infatti crescono del 126% con una quota di surroghe del 17% contro una media di sistema pari a +92%, con surroghe al 30%.
Come è noto, quello immobiliare è un settore importante per far decollare l’economia. Dopo un periodo di stop, la gente è tornata a comprare case. Un ruolo importante, poi, lo giocano i nostri clienti che, fatta base un milione, sono più o meno suddivisi 600mila al Nord, 100mila nelle Marche e 300mila in Sicilia”.

La Sicilia, che possiamo definire la sua “grande intuizione”.
“Vero. Quando dissi al mio amministratore delegato dell’epoca che volevo espandere il gruppo in Sicilia, mi chiese se per caso fossi diventato matto. Invece, caparbiamente, sono andato avanti e il risultato è stata la nascita, nel 2002, del Credito Siciliano, presente su tutta l’isola con 136 sportelli. Una banca, come è nello spirito del Gruppo Credito Valtellinese, radicata sul territorio, che punta sì ai risultati (che vanno sicuramente raggiunti, anche perché siamo quotati in Borsa e dobbiamo rispondere ai nostri soci), ma anche e soprattutto allo sviluppo e a creare ricchezza sul territorio su cui opera.
Dobbiamo abituarci che, quando si fa un bilancio, lo si deve fare nel suo complesso: sia dal punto vista contabile che “sociale”. Questo l’ho imparato in Canada nel 1990, più di vent’anni fa. Partecipavo per la prima volta alla Confederazione Internazionale delle Banche Popolari (Cibp), di cui da qualche mese sono Presidente. Proprio in Canada c’è un gruppo consolidato di popolari, le banche Du Jardin, con un’attenzione particolare al territorio. Nelle banche Du Jardin, da sempre è presente un comitato che valuta, prima che venga esaminata una richiesta di fido, l’impatto che può avere sull’ambiente e sul territorio quell’investimento. Questa credo sia la vera chiave di volta. Oggi vengono fatti grandi convegni sull’ambiente, ma per quanto ci riguarda da sempre è dal territorio che parte l’azione del nostro Gruppo”.

Una Sicilia e un Sud, però, spesso “dimenticati” dalla politica. Lo squilibrio è evidente. È vero che si parla di un tasso di crescita italiano dello 0,9 per cento. Ma andando nel dettaglio si evince che scaturisce da un più 2 per cento del Centro Nord (addirittura superiore all’1,6 per cento della Germania), cui fa da contraltare la “crescita zero” del Centro Sud.
“Il problema è infrastrutturale. John Maynard Keynes insegna che se non fai ripartire gli investimenti in infrastrutture, la crescita non decolla. Questo 2 per cento del Centro Nord pare sia attribuibile più ad un aumento dei consumi che non degli investimenti e questo non è positivo perché alla crescita contribuiscono tutti i fattori: consumi, investimenti ed esportazioni. In Sicilia, poi, la “California d’Europa”, c’è il cosiddetto “petrolio blu”: il turismo. Una risorsa poco valorizzata, anche per un’oggettiva carenza infrastrutturale. È mai possibile che in Sicilia, sinonimo non solo di mare, ci sia ogni anno lo stesso numero di visitatori di Malta? Eppure è la culla della nostra storia, del Mediterraneo; dai Fenici in avanti ci sono passati tutti. Ci sono le vestigia di tutte le invasioni, dagli Arabi, ai Normanni, agli Spagnoli”.
 
A proposito di turismo: lei è un appassionato golfista. Anche questo un settore poco valorizzato in Sicilia.
“Ahimè, sì. Da Marbella a Gibilterra, sulla Costa del Sol, ci sono 32 chilometri con 64 campi da golf e relativo albergo. In pratica, un campo da golf ogni 500 metri. Oggi i “turisti del golf” vanno in Marocco, addirittura in Tunisia, dove hanno realizzato dei campi da golf. Quando per la Sicilia, dal punto di vista turistico, sarebbe un propulsore notevole. Addirittura Sean Connery si era rifiutato di girare un episodio del sequel di 007 in Sicilia perché non c’erano campi da golf. Occorre creare le condizioni perché la gente venga. Un dato su tutti: i giocatori di golf iscritti alla Federazione sono, nel mondo, 92 milioni, di cui 36 milioni solo negli Stati Uniti. Ogni giorno vengono prodotte 5 milioni di palline. Numeri che farebbero impallidire qualsiasi società calcistica. In Sud Africa, addirittura, è l’unico sport che viene insegnato in tutte le scuole perché, con le sue regole, abitua alla disciplina. Comunque ci sono tante altre forme di turismo. Per far fronte alle quali occorre creare l’accoglienza. Ma ancora una volta il problema è infrastrutturale. La Sicilia ha un patrimonio culturale incommensurabile e inavvicinabile in Europa e per favorire il turismo bisogna offrire servizi, ferrovie e strade”.

E il Gruppo da lei presieduto ha preso in esame questi volani?
“La banca cerca di adattarsi all’evoluzione del suo territorio vivendo in comunione con la terra su cui opera. Cosa che è accaduta anche in Sicilia, con risultati più che soddisfacenti”.
 

 
Un’azienda che migliora aggiornando i dipendenti

Quali sono gli altri fattori di successo del Gruppo Credito Valtellinese?
“Negli ultimi anni abbiamo riorganizzato tutta la nostra rete di vendita, con una particolare attenzione alla parte innovativa. Il 30 per cento dei nostri clienti, infatti, opera su Internet. Abbiamo così rinnovato tutta la parte dell’home banking e del digitale. Poc’anzi, poi, facevo cenno al fatto che, quando si fanno i bilanci, bisogna considerare sì quelli contabili ma anche quelli “sociali”. Uno dei punti di forza del Gruppo è l’“attenzione” nei confronti dei suoi 4.119 dipendenti: tutti hanno risposto più che positivamente a un progetto che prevede cicli di formazione e di aggiornamento per poter dare un’adeguata consulenza alla nostra clientela. Un’azienda riesce a migliorarsi solo se, contemporaneamente, aggiorna anche i propri uomini. Ricordo che, quando nelle banche sono stati introdotti i primi computer, i dipendenti non volevano metterci mano. Ed era normale, perché il cambiamento crea ansia, paura e uno preferirebbe continuare a fare quello che sta facendo in quel momento. Paure e ansie che si superano solo con la formazione continua.
Qualche anno fa mi trovavo a Venezia in qualità di Presidente del Cefor (il Centro di formazione del personale delle banche popolari italiane) per un corso ai capi del personale: il messaggio che feci passare fu che compito delle aziende era quello, per avvicinare i dipendenti al nuovo strumento di lavoro, di farglielo vedere. Perché di primo acchito è normale che ci sia una reazione negativa verso la novità. Che non deve far paura. Io stesso sarò interessato da una novità a breve, anche se non tecnologica: sono Presidente dell’Istituto Centrale delle Banche Popolari ancora per pochi giorni, perché l’Istituto è stato acquistato da due fondi americani”.
 

 
La tecnologia, un ambito di sviluppo indispensabile

Dunque molta tecnologia in Creval.
“Certo. Un altro campo verso cui è necessario muoversi è la diffusione dei moderni sistemi di pagamento. Oggi si parla tanto di contante, di mille o tremila euro. Ma il problema è la cultura nell’utilizzo dei nuovi strumenti elettronici. Oggi i pagamenti vanno fatti con le carte, i bancomat, le carte prepagate, le forme di instant payment con il telefonino. Anche in questo settore il Credito Valtellinese è stato pioniere: nel 1985, in occasione dei campionati mondiali di sci a Bormio, fummo proprio noi ad effettuare la prima sperimentazione sulla carta con il microcircuito. Nessun altro aveva il coraggio di portare avanti l’esperimento. Certo, mi ero fatto aiutare perché l’investimento era importante. Da allora, prima che tutti gli istituti adottassero il microchip, sono trascorsi altri quindici anni. La stessa cosa accadrà con le nuove modalità di instant payment. Il 30 per cento dei nostri clienti che agisce è in continua crescita e ad una velocità notevole. I giovani nascono “digitali”: bisognerebbe aiutare di più i pensionati ad utilizzare questi nuovi strumenti. La clientela va formata tanto quanto il dipendente”.
 
L’Abi potrebbe condurre una campagna in questa direzione.
“Uno dei vicepresidenti dell’Abi è Miro Fiordi, l’amministratore delegato e direttore generale del Creval. Certamente l’Abi si sta occupando di portare avanti una campagna di “cultura finanziaria”. Tuttavia il problema non è tanto l’Abi. Prendiamo, ad esempio, i Pos: sono stati installati dappertutto, ma non c’è un intervento che “punisca” chi si rifiuta di usarli. Certo, qualche agevolazione per il commerciante va prevista. Ma siamo ancora lontani, con le nostre 38 operazioni annue, dalle 300 di Danimarca e Norvegia, dove peraltro non ci sono limiti legislativi al prelievo di contante”.

Articolo pubblicato il 05 dicembre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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