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Trivelle in mare, futuro da decifrare
di Rosario Battiato

Il governo nazionale ha presentato emendamenti alla legge di Stabilità per accogliere parte delle richieste nei quesiti referendari. Limite delle 12 miglia, per la Sicilia da valutare gli eventuali effetti sul Piano Enimed da 1,8 miliardi

Tags: Legge Di Stabilità, Trivellazioni, Offshore, Enimed, Sblocca Italia, Sicilia



PALERMO – Forse è un colpo di scena, forse no. Nei giorni scorsi il governo ha presentato degli emendamenti alla legge di Stabilità per accogliere parte delle richieste contenute nei sei quesiti referendari presentati dalle Regioni che contestano l’articolo 38 della legge Sblocca Italia e l’articolo 35 del decreto Sviluppo che potenziano e semplificano l’attività di trivellazione nei mari italiani.
 
A modificare la posizione dell’esecutivo, che si era mostrato inflessibile fino a qualche mese fa, sarebbe il rischio del voto referendario visto che i quesiti hanno già ottenuto la verifica della correttezza formale dalla Corte di Cassazione, alla fine di novembre, e restano in attesa del via libera della Corte Costituzionale previsto entro il prossimo febbraio. Le posizioni - tra i due fronti e persino all’interno dei due fronti - restano difficili da definire, mentre per la Sicilia potrebbe cambiare, in ogni caso, veramente poco.

Il fronte ambientalista, questa volta, non è compatto. Per il comitato nazionale No-Triv, che accomuna centinaia di associazioni sul territorio nazionale, l’operazione del governo è un “autentico inganno”. Lo riportano in una lunga nota pubblicata due giorni fa sul loro sito ufficiale (notriv.com): “Gli emendamenti presentati dal Governo alla legge si stabilità 2016 ricalcano solo apparentemente i quesiti referendari. Le modifiche proposte dall’Esecutivo, tra abrogazioni e aggiunte normative, dissimulano in modo subdolo il rilancio delle attività petrolifere in terraferma e in mare e persino entro le 12 miglia marine, eludendo con ciò gran parte degli obiettivi del referendum No Triv”. Il tranello dell’esecutivo, secondo il comitato, starebbe proprio nei “passaggi normativi del disegno governativo” che “sono riassunti nella abolizione del ‘piano delle aree’ (strumento di razionalizzazione delle attività Oil & Gas) e nella previsione per cui si fanno salvi tutti i procedimenti collegati a ‘titoli abilitativi già rilasciati’ all’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 ‘per la durata di vita utile del giacimento’”.

Insomma, sarebbero da bocciare i facili entusiasmi delle altre associazioni ambientaliste che nei giorni scorsi hanno fatto riferimento a una “marcia indietro del governo”. Più che di marcia indietro, infatti, si potrebbe parlare di una lieve virata, visto che comunque gli emendamenti, salvo modifiche in Parlamento, permetterebbero, spiegano dal coordinamento, lo stop ai procedimenti in corso entro le 12 miglia, eliminerebbero la “dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere” e il “vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata già a partire dalla ricerca degli idrocarburi”, garantirebbero la “limitazione delle attività di ricerca e di estrazione attraverso l’eliminazione delle proroghe” e manterrebbero la “garanzia della partecipazione degli enti territoriali ai procedimenti per il rilascio dei titoli”.

In Sicilia questo nuovo corso è ancora tutto da valutare. Lo scrive il comitato NoTriv Licata sul suo profilo facebook spiegando che “non è immaginabile che possano essere ignorate le istanze della Sicilia, della Puglia e di tutte le altre aree geografiche che non beneficerebbero dell’emendamento (il limite delle 12 miglia per i titoli abilitativi già rilasciati, ndr)”.
 
L’attenzione volge principalmente all’offshore ibleo, il progetto di Eni ed Edison che prevede produzione ed esplorazione tra Gela, Licata e Ragusa. Resta anche da capire che tipo di effetto avranno sul piano Enimed (la controllata di Eni che effettua attività di estrazione e ricerca) nell’Isola, che include anche il protocollo Gela, che prevederà il 2015 e il 2018 un investimento da 1,8 miliardi per la messa a produzione di nuovi giacimenti a gas che permetterebbero un aumento del 18-20% della produzione di gas nazionale. Insomma, c’è tutto ancora da capire e, in ogni caso, potrebbe esserci molto da perdere.

Articolo pubblicato il 18 dicembre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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