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Quotidiano di Sicilia

Le pmi vessate da obblighi e burocrazia
di Carlo Alberto Tregua

L’imprenditore non è servo dello Stato

Tags: Pmi, Tasse



Dice Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil e nostro conterraneo: “Fare impresa nel Mezzogiorno è un miracolo, e non sempre i miracoli riescono. Occorre delegiferare, semplificare, fare infrastrutture, concedere credito, snellire la burocrazia, colpire la malavita organizzata e la corruzione”.
Fare impresa nel Mezzogiorno è un miracolo, fare impresa in Sicilia è un miracolo al quadrato, perché con l’economia bloccata da una Regione inefficiente e incapace, con il mercato e i consumi fermi - perché i siciliani non hanno risorse da spendere, perché con le opere pubbliche al palo, sono stati espulsi centinaia di migliaia di lavoratori - l’attività d’impresa è diventata una missione impossibile.
In questo quadro tremendo, vi è l’inserimento della malavita organizzata nelle attività economiche attraverso i colletti bianchi, che turba la concorrenza perché utilizza la forza anziché il merito.

Cosicché, le piccole e micro imprese, che costituiscono quasi tutto il settore del lavoro autonomo siciliano, sono allo stremo e tutte sopravvivono con l’ossigeno.
Ma non per questo obblighi e adempimenti pubblici, nonché burocrazia, tengono presente tale scenario e continuano ad andare avanti come se nulla fosse. Per cui, le imprese minori subiscono giorno per giorno una pressione che diventa sempre più insopportabile: la dimostrazione è che migliaia e migliaia di imprese si cancellano dalla Camera di Commercio, non sostituite da nuove iscrizioni.
Tutto questo alimenta e incentiva il lavoro nero, che non è certamente giustificato da un punto di vista legale, ma quando le leggi sono inique, pesanti e opprimenti, le regole etiche, che ne stanno sopra, trovano applicazione.
Vi è un decreto legislativo (n. 231/2001) che obbliga le imprese di ogni dimensione, anche quelle con fatturati minimi (qualche milione di euro), che sopravvivono a malapena, ad avere un impianto organizzativo controllato, secondo cui ogni atto e ogni movimento dovrebbe essere registrato. Il che imporrebbe di avere dipendenti che le stesse imprese non possono pagare. Oppure non osservare tale Dlgs.
 
In effetti, avviene proprio questo. Abbiamo intervistato organi della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate per sapere quante sono le piccole imprese siciliane, fra le centinaia di migliaia iscritte alla Camera di Commercio, lo ripetiamo, che hanno adottato la necessaria struttura per ottemperare al citato decreto. Siamo in attesa delle risposte, che pubblicheremo, ma secondo gli Ordini dei dottori commercialisti della Sicilia, si possono contare sul palmo della mano.
Senza contare tutti gli altri adempimenti amministrativi, la redazione dei bilanci e la loro pubblicazione, come se fossero tutte grandi imprese. Questi adempimenti hanno un costo insopportabile per piccole società.
Vi è poi il settore della sicurezza, che impone regole ferree, compresi i corsi che devono fare gli imprenditori. In teoria tutto questo è giusto, ma nella pratica l’insieme di leggi e obblighi distrae totalmente l’imprenditore dalla sua vera e propria attività: stare sul mercato, cercare clienti e fare fatturato per generare materia economica con cui coprire i costi aziendali, fra cui quelli dei propri dipendenti.

Il piccolo imprenditore non è servo dello Stato. Deve essere colpito quando non osserva le norme fiscali e quelle previdenziali. Ma tutto il resto costituisce un insieme di pesi non sopportabili, ancor meno in un periodo di gravissima crisi come è quello che sta attraversando la Sicilia.
La legge è legge e va osservata. Ma non vi è legge osservabile se non è giusta, equa e sopportabile, per cui l’Autorità giudiziaria ha preso provvedimenti apparentemente sorprendenti ma giusti, come il caso dell’assoluzione di quell’imprenditore che non ha versato l’Iva per pagare gli stipendi ai propri dipendenti.
La burocrazia fa la propria parte per onerare ulteriormente le piccole imprese, imponendo procedimenti vessatori e impedendo loro di fare la propria attività.
L’attività d’impresa è quella di produrre ricchezza e occupazione, non di essere portatrice d’acqua alle casse pubbliche, le cui risorse vengono sperperate in modo indegno!

Articolo pubblicato il 10 marzo 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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