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Quotidiano di Sicilia

Mons. Gristina: "Un coordinamento pastorale per aiutare l'identità delle diocesi"
di Melania Tanteri

Intervista a mons. Salvatore Gristina, arcivescovo metropolita di Catania e presidente della Conferenza episcopale siciliana. La chiesa etnea è molto impegnata per alleviare le difficoltà delle famiglie: “Help center rivolto a tutti”

Tags: Salvatore Gristina, Catania



CATANIA - Guida la Diocesi di Catania dall’agosto del 2002 e, quest’anno, è stato nominato presidente della Conferenza episcopale siciliana. Sua eccellenza mons. Salvatore Gristina, commenta la recente carica attribuitagli, racconta del suo rapporto con Catania e ricorda quanto sia sempre attuale il messaggio di Papa Francesco.

Quali sono state le sue sensazioni dopo la nomina a presidente dei vescovi siciliani?
“Le cariche regionali, come quelle nazionali della Cei, durano un quinquennio. Per quanto riguarda la Cesi, la Conferenza episcopale siciliana, attualmente siamo a metà del quinquennio in cui il presidente era il cardinale Romeo che, non essendo più arcivescovo di Palermo, non è più presidente. Io ero il vicepresidente, allora i confreatelli hanno pensato di affidarmi questo compito per ultimare il quinquiennio. Ho accettato, pur facendo presente che Catania non è a un chilometro da Palermo. Non bisogna né farsi pregare né pensare di essere insostituibili".

Cosa fa esattamente il presidente dei vescovi di una regione?
“Il presidente ha prevalentemente un ruolo di coordinamento. La Conferenza episcopale non è come la Diocesi, dove il vescovo è responsabile in pieno per tutto. Il presidente della Conferenza episcopale non è il vescovo della Sicilia: è un coordinamento pastorale che può aiutare anche le singole Diocesi a vivere la propria identità nella specificità del proprio territorio. Io ho iniziato a farne parte dal 1992. Al tempo del cardinale Pappalardo, abbiamo tenuto quattro convegni delle Chiese di Sicilia, questo aiuta a capire il ruolo del presidente.”

Un palermitano alla guida della diocesi di Catania, da oltre dieci anni. C’è qualcuno, in questi anni, che gliel’ha fatto notare?
“Questo non ha costituito alcun problema. Certamente, devo dire che, vivendo qui a Catania ho potuto comprendere quei sentimenti di non sempre serena convivenza tra catanesi e palermitani e viceversa. Certo, dal punto di vista economico e produttivo le due città sono diverse e sono comprensibili alcune lamentele che Catania fa nei confronti di Palermo, ma dal punto di vista ecclesiale non ho incontrato difficoltà".

È difficile guidare Catania, e quali caratteristiche di questa città ama in particolare?
“Essere vescovo è gioia e difficoltà, come essere sacerdote, parroco. C’è la gioia del servizio e le difficoltà che possono sorgere e sono contestualizzate nel presente: la gioia di una chiesa che ha il dono di un Sommo Pontefice, Papa Francesco, che riesce in maniera straordinaria nel suo contatto, che prosegue quanto fatto dai suoi predecessori. C’è un senso di continuità, come lui stesso afferma tante volte. Dalla gioia deriva un maggiore impegno che aiuta ad affrontare le difficoltà".

Negli ultimi anni sono aumentate le famiglie in difficoltà, anche a causa della prolungata crisi. Cosa fa la Chiesa?
“La Chiesa di Catania è molto impegnata. Con le persone che arrivano da altri Paesi, in accordo con le altre istituzioni e con le persone in difficoltà. Per esempio, l’Help center della stazione è rivolto a tutti. Lo frequentano tanti immigrati e non solo: questa settimana, insieme al sindaco abbiamo inaugurato i lavori nella chiesa Resurrezione del Signore, a Librino, per una mensa che sorgerà a servizio di tutti. Sono tante le iniziative che dimostrano questo impegno.”

La festa di Sant’Agata. Com’è cambiata, se è cambiata, in questi anni?
“È l’occasione in cui Catania come città e come comunità ecclesiale si manifesta in modo particolare. Il primo impatto per me fu il 17 agosto 2002; ero arrivato pochi giorni prima e ho vissuto questa straordinaria esperienza, A poco a poco, abbiamo cercato di lavorare e posso dire, con la collaborazione di tanti, che si è fatto un lungo cammino. La festa per tanti aspetti è cambiata, lo dicono in molti e lo percepisco io stesso, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto liturgico, la preparazione, la formazione. Abbiamo molto lavorato per questi aspetti e i risultati ci sono. Ma Sant’Agata non è solo quello che si svolge dentro la Cattedrale. Ecco perché è importante il fatto di aver attivato, quest’anno, il Comitato che Comune e Diocesi abbiamo voluto e che cura soprattutto le celebrazioni esterne, in collaborazione con al Prefettura, la Questura e le forze dell’ordine. Un’organizzazione straordinaria. Il Comitato, dai primi passi, promette bene e può fare tanto anche per tentare di risolvere quei problemi che sappiamo benissimo: la cera, i tempi. Non dobbiamo essere rassegnati e credo che ci sia ancora la possibilità di fare progressi".

Articolo pubblicato il 11 marzo 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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