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Quotidiano di Sicilia

La banche si mangiano i finanziamenti Bce
di Carlo Alberto Tregua

Le risorse non si trasferiscono al mercato

Tags: Mario Draghi, Bce



Il Bazooka di Mario Draghi - con l’azzeramento dei tassi e l’aumento da 0,30 a 0,40 dei tassi passivi che gli Istituti devono pagare alla Bce per parcheggiare la liquidità - è unito alla comunicazione che l’acquisto di Bond pubblici verrà aumentato da 60 a 80 miliardi al mese. La novità è che verranno acquistati anche obbligazioni private.
Qual è il senso di questa manovra? Quella di indurre gli istituti bancari a impiegare più risorse nel mercato verso imprese e famiglie.
Fino ad oggi essi sono stati parzialmente sordi perché hanno preferito investire la liquidità ottenuta in Bond piuttosto che riversarla nel mercato. Questo comportamento non ha consentito ai soggetti che hanno bisogno di finanziamenti, quali appunto imprese e famiglie, di sopperire al loro fabbisogno.
Vero è che le banche prestano a coloro che poi devono restituire tali prestiti, quindi un comportamento prudenziale, ma è anche vero che l’eccesso di prudenza fa male al sistema economico italiano.
La componente principale di una attività di impresa è il rischio, che però deve essere calcolato, ragionevole e proporzionato all’obiettivo economico che si deve raggiungere. Ed è proprio a questo rischio che devono partecipare gli istituti bancari, i quali sono parte del sistema e non fuori dal sistema.  

L’azione di Draghi è direttamente un rimprovero a chi non si comporta in tale maniera e non sostiene le imprese che, appunto, hanno bisogno della materia finanziaria come il corpo ha bisogno del sangue.
Il risparmio di maggiore entità che esiste in Italia è dato dai tradizionali Buoni fruttiferi, raccolto da Poste italiane spa e indirizzato verso l’enorme serbatoio della Cassa depositi e prestiti. Essa ha la funzione di braccio finanziario del Governo, in quanto controllata dal Mef, per spingere l’economia.
Per esempio, tutti i Comuni che chiedessero i finanziamenti alla Cdp per costruire o riparare opere pubbliche, potrebbero ottenere i relativi finanziamenti a costo zero. Ma i Comuni si comportano come i cavalli che non bevono. Non bevono perché non riescono a compartecipare a tali finanziamenti con proprie risorse.
 
Perché questo comportamento apparentemente suicida? Perché le uscite dei Comuni sono quasi tutte indirizzate verso la spesa corrente e poco o pochissimo verso investimenti e opere pubbliche.
La macchina economica italiana è bloccata. La deflazione dello 0,3% (su base annua), comunicata dall’Istat, è un sintomo di persistente malattia, in quanto significa che i prezzi al consumo non solo non aumentano ma diminuiscono. Sembrerebbe un dato positivo, perché i cittadini spendono di meno, invece è un dato negativo, perché significa che la ruota economica non gira. Tutti gli economisti concordano su un punto: occorre un’inflazione di almeno il 2% per indicare che il sistema cresce.
Come far cominciare a girare la ruota dell’economia? La soluzione è nota: investire, investire e investire, costruire opere pubbliche e infrastrutture, in modo da generare ricchezza e creare occupazione.   

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, indica al Governo la necessità dell’uscita flessibile dal lavoro con diverse modalità, perché così si libererebbero decine (o forse centinaia) di migliaia di posti di lavoro cui potrebbero accedere i disoccupati. Ma questa operazione ha un costo stimato in circa 7 miliardi che il Governo non ha. Dunque, sembra, almeno per il momento, che questa opzione non venga presa in considerazione.
Rimane l’altra: tagliare la spesa corrente, cattiva e malefica, ove si annidano inefficienza, sprechi e favoritismi. Gli obiettivi sono due: ridurre Irpef sulle famiglie e Ires sulle imprese, in modo da lasciare risorse nelle tasche delle prime e nelle casse delle seconde e finanziare investimenti e opere pubbliche.
Non sappiamo quale potrà essere a breve l’effetto Draghi, ma se non vi è una forte azione di Governo nella direzione indicata, il sistema economico non si metterà in moto, per cui le imprese non faranno innovazione e investimenti e le famiglie non aumenteranno i consumi, anche se vi è il dato positivo di un aumento del 97% dei mutui concessi nel 2015.

Articolo pubblicato il 17 marzo 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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