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Quantitative easing, gli effetti negativi sulle imprese siciliane
di Liliana Rosano

La Cgia di Mestre boccia la Banca centrale europea di Draghi e il Qe, l’operazione avviata il 9 marzo 2015. Il credito alle aziende stenta a ripartire. Nell’Isola impieghi diminuiti dell’1,9%

Tags: Credit Crunch, Quantitative Easing, Economia, Crisi



CATANIA - Tutta colpa del credit crunch e anche del quantitative easing.
La Cgia di Mestre boccia la Banca centrale europea di Draghi e il Quantitative Easing (QE), l’operazione avviata dalla Bce il 9 marzo del 2015 con l’intento di riportare il tasso di inflazione al 2% e dare fiato all’economia.

Il risultato è che il credito alle imprese stenta a ripartire nonostante la domanda di finanziamenti da parte delle aziende registrata nel 2015 risulti in aumento (+4,5 per cento rispetto al 2014). I dati importanti sono quelli relativi agli impieghi totali alle imprese che indicano come, dalla fine del 2014 alla fine del 2015, le consistenze siano scese ancora di quasi 15 miliardi di euro (-1,6%) con saggi più negativi in Lazio (-4,6%), in Veneto (-3,4%), in Calabria (-3,3%) e in Basilicata (-3,0%). Non va bene in Sicilia, dove gli impieghi alle imprese sono diminuiti nel 2015 rispetto al 2014 segnando una variazione del -1,9 per cento.
I termini assoluti, in Sicilia, il valore degli impieghi alle imprese è passato da 29 milioni nel 2014 a 28 milioni nel 2015.

Le imprese italiane sono ancora nella morsa del credit crunch anche se cominciano ad intravedersi alcuni cambi di tendenza: in Campania (+0,2%), Abruzzo (0,5%), Trentino Alto Adige (+2,1%), Sardegna (+2,9%) e Friuli Venezia Giulia (+3,5%), regioni dove gli impieghi alle imprese sono cresciuti tra il 2014 e il 2015.

Nel nostro paese, nonostante la Bce abbia acquistato più di 87 miliardi di titoli di stato italiani (dati al 31 gennaio 2016, pari al 16 per cento del totale), con riferimento agli ultimi 12 mesi, l’inflazione è salita di appena lo 0,2 per cento, mentre i prestiti alle società non finanziarie (cioè alle imprese) sono scesi del 2,3 per cento (pari a una contrazione di 15 miliardi di euro) .

“L’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Euro – precisa il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non stia raggiungendo i risultati sperati tant’è che l’inflazione è ferma, i prestiti alle imprese non ripartono e la crescita economica non trova lo slancio che servirebbe, creando preoccupazione negli operatori e riducendo la fiducia delle imprese. Insomma, il bazooka di Draghi non ha sortito gli effetti sperati. Una quota rilevante di questi 87 miliardi di euro sono finiti alle nostre banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla Bce, anziché impiegarli nell’economia reale”.

I risultati del QE sono stati deludenti specie se si considera che, nell’ultimo anno, il livello medio dei prezzi nell’Area dell’euro è cresciuto di appena lo 0,1 per cento mentre i prestiti alle società non finanziarie europee sono scesi di 0,7 punti percentuali. Anche in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, l’inflazione è prossima allo zero (+0,2 per cento per i consumatori tedeschi e +0,1 per cento per quelli francesi).

Articolo pubblicato il 18 marzo 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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