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Disoccupazione Usa al 5%, Italia all'11,7%
di Carlo Alberto Tregua

Occorre copiare i buoni modelli

Tags: Lavoro, Disoccupazione, Economia



L’ultimo rilevamento della disoccupazione in Usa è del 5%. L’ultimo rilevamento della disoccupazione in Italia è dell’11,7%, più del doppio. I due Paesi hanno un’economia teoricamente libera, però dai dati indicati risulta che non vi è una pari condotta nell’utilizzo delle leve economiche, perché, se così fosse, anche l’Italia dovrebbe avere la disoccupazione al 5%.
Vediamo di analizzare i processi economici dei due Paesi, seppure in breve sintesi, per capire le principali cause del divario indicato.
Una disoccupazione dell’11,7% è come la febbre del corpo, indica cioè che vi è una malattia in essere che non è curata e quindi rischia di degenerare. è vero che la disoccupazione italiana ha toccato il 13% ed è quindi in ribasso, ma è anche vero che per ottenere questo risultato, lo Stato ha dovuto spendere 10 mld in sgravi contributivi.
Ha fatto benissimo perché uno degli elementi penalizzanti dell’economia italiana è il cosiddetto cuneo fiscale, vale a dire la differenza tra lo stipendio lordo e quanto percepito effettivamente dal dipendente o dal dirigente.

Il cuneo fiscale è stato sempre l’enorme peso dell’economia italiana. Ed è proprio lì che dovevano intervenire i governi, ma non lo hanno fatto, mentre quello attuale, che lo ha fatto, ha prodotto quella piccola ma significativa riduzione della disoccupazione dell’1,3%.
Nel 2016 la decontribuzione è stata però ridotta al 40%; l’effetto si è fatto subito sentire nell’aumento dei disoccupati in questi primi mesi. In effetti la riduzione del cuneo fiscale dovrebbe essere strutturale, cioè permanente, in modo da aumentare la convenienza degli imprenditori ad assumere i dipendenti a tempo indeterminato e quindi offrire loro prospettive di una vita stabile che gli consenta di fare debiti strutturali, per esempio acquistando casa, e di aumentare i consumi.
In Usa, il mondo del lavoro ha le porte girevoli. Da esso si entra e si esce con estrema facilità. Non ci sono i lacci e lacciuoli del sistema italiano, che sembrano garanzie per i dipendenti, ma in effetti li opprimono perché la mancanza di mobilità comporta una depressione dell’offerta di lavoro.
 
Vi è un’altra conseguenza da questo sistema di garanzie apparenti a favore dei dipendenti: riguarda la valutazione meritocratica degli stessi. Se da un canto è vero che, con questo sistema, i mediocri o quelli scadenti possono trovare collocazione nel mondo del lavoro, i bravi e meritevoli sono penalizzati perché non vengono valorizzati adeguatamente.
Insomma, c’è un appiattimento verso il basso, introdotto malauguratamente nel 1968 con il sei o il diciotto politico. Tutti promossi, nessuno è bravo.
In Usa, solo nel corso dell’amministrazione Obama si è estesa la sanità gratuita ai cittadini meno abbienti, mentre permane il sistema privatistico delle assicurazioni sanitarie private, che funziona molto bene.
Anche il sistema previdenziale è basato su pensioni private che funzionano molto bene e, quello che più conta, rendono molto di più di quanto avviene in Italia.
Ciò accade perché nel nostro Paese vi è oltre la metà dei pensionati che riceve un assegno superiore, anche di molto, ai contributi effettivamente versati.

Ecco perché il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha proposto, in prima battuta, di riconteggiare le pensioni retributive col metodo contributivo, stimando un risparmio di 40 miliardi l’anno; in seconda battuta, che è di questi giorni, di emettere un contributo a carico dei pensionati che ricevono un assegno indebito, per potere finanziare la riserva matematica da cui proverranno le pensioni dei quarantenni o cinquantenni fra trenta o venti anni.
Perché è questo il vulnus del sistema italiano: ai quarantenni o ai cinquantenni, quando avranno compiuto settanta anni, andranno pensioni basse, non conformi agli stipendi percepiti fino all’ultimo giorno di lavoro. Questo è iniquo perché, invece, le generazioni precedenti hanno percepito pensioni sovrabbondanti.
Il modello Usa esiste; sarebbe opportuno copiarne le parti positive adattabili al mondo del lavoro italiano, per innestare una crescita vera.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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