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Referendum, 350 mln gettati al vento
di Carlo Alberto Tregua

Inutile quesito, cittadini ingannati

Tags: Trivelle, Trivellazione, Petrolio, Sicilia, Ambiente, Referendum



Le nove Regioni che hanno attivato sei quesiti referendari sono state sconfessate dalla Corte Costituzionale, che ne ha ammesso uno soltanto. Esso è privo di significato concreto perché, com’è noto a tutti, non riguarda le trivelle in quanto tali, bensì la durata delle concessioni: se fino all’esaurimento dei giacimenti o alla scadenza delle autorizzazioni.
Ma questa parte del quesito è falsa in quanto anche se vincessero i sì, esse potrebbero essere comunque prorogate diverse volte, raggiungendo in tal modo lo stesso obiettivo che se vincessero i no.
Quindi si tratta di un referendum totalmente inutile, per il quale però spendiamo ben 350 milioni di euro. Si dice che le spese per l’esercizio della democrazia sono sacrosante, ma quando la democrazia è chiamata a esprimersi su quesiti che non hanno alcun effetto non è più democrazia, ma sperpero di denaro pubblico.
Riteniamo che la maggioranza degli italiani abbia capito quanto precede e non andrà a votare, esercitando una delle tre (e non due) opzioni dei referendum.

Quando il legislatore ha previsto il quorum costitutivo per la validità del referendum non inferiore alla metà più uno degli aventi diritto al voto, ha indicato chiaramente che se tale quorum non si fosse raggiunto lo stesso non sarebbe stato valido.
Per questa ragione ho ritenuto improprio l’invito di andare a votare da parte del presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. Come se egli non conoscesse la terza opzione prevista dalla legge che è, appunto, l’astensione. Anche chi si astiene esprime volontà e, quindi, il proprio esercizio di democrazia: una sorta di protesta contro l’indizione di questo referendum, ripetiamo inutile e sperperatore di risorse pubbliche.
Io protesto contro di esso e quindi non andrò a votare, come manifestazione del fare e non del non fare e invito tutti i lettori a riflettere e vagliare queste argomentazioni, dopo di che decidere secondo la propria coscienza se andare a votare o astenersi.
La vera democrazia consiste nello scegliere e decidere. Sono le decisioni che la qualificano, non importa se giuste o sbagliate. In questo caso si esercita il proprio diritto anche non varcando il soglio elettorale.
 
La riforma costituzionale, approvata in via definitiva dal Parlamento martedì 12 aprile, sarà soggetta a referendum confermativo che, se non ricevesse la maggioranza dei voti, la vedrebbe cancellata. Questo risultato negativo è stato conseguito dalla maggioranza di centro destra del governo Berlusconi, quando tentò di modificare la Costituzione, ricevendo il voto negativo dei cittadini. Tutto ciò accadde il 25 e 26 giugno 2006.
Questa volta, invece, c’è un primo ministro e segretario del più corposo partito rimasto in Italia, il quale fin da ora si è messo in gioco in prima persona, dichiarando senza possibilità di equivoco che se il referendum desse il responso negativo, lui cambierebbe mestiere.
Però tutto questo non deve trasformarsi in una sorta di ordalìa, perché i cittadini che andranno a votare devono capire bene la portata della riforma costituzionale oggetto del loro vaglio.
L’aver cancellato Province e Cnel è certamente positivo; avere diminuito i senatori da 315 a 100 è altrettanto positivo. Al riguardo, bisogna tenere presente che dovrà essere approvata una legge sulle modalità di elezione dei senatori, provenienti da Regioni e Comuni.

Altro elemento positivo è avere eliminato, in gran parte, le cosiddette legislazioni concorrenti, cioè leggi che devono concertare le finalità nazionali con quelle di ciascuna Regione. Questo ha creato un grande caos, perché Stato e Regioni hanno sempre pensato di sopraffarsi. Con la nuova Costituzione viene meno in grande misura la materia del contendere: lo Stato legifera su materie di ordine generale, all’interno delle quali le Regioni possono disciplinare aspetti di rilevanza locale.
Un po’ più complicata, sulla legislazione concorrente, è la disciplina che riguarda le Regioni autonome fra cui la Sicilia, il cui Statuto ha rango costituzionale.
Ricordate quando Bettino Craxi invitò i cittadini ad andare al mare piuttosto che votare per il referendum sulle preferenze elettorali, il 9 giugno 1991? Allora sbagliò, ma oggi gli elettori sbaglierebbero ad andare a votare, anche se non è ancora iniziata la stagione dei bagni.

Articolo pubblicato il 15 aprile 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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