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Quotidiano di Sicilia

Le sentenze entro la ragionevole durata
di Carlo Alberto Tregua

Sapere presto se colpevoli o innocenti

Tags: Giustizia



Il presidente del Consiglio, nella seduta del Senato di martedì 19 aprile, nel corso della quale si dovevano discutere e votare due mozioni di sfiducia, entrambe respinte, ha messo un forte accento sulla Giustizia.
Matteo Renzi ha esaltato i giudici eroi (sottolineato da un forte applauso, cui ci uniamo), ma anche come in questi ultimi 25 anni vi è stato un comportamento giustizialista.
L’avviso di garanzia a tutela costituzionale dell’indagato si è spesso trasformato in una condanna mediatica, tanto che molti processi si sono risolti con la piena assoluzione degli indagati medesimi, cui i media, però, non hanno restituito la dignità, la reputazione e l’onorabilità che all’inizio del percorso avevano ripetutamente violato.
Spesso, le indagini promosse dalle Procure non cercano la verità, ma facile pubblicità. Indagini che poi vengono smentite dai Collegi giudicanti o del Tribunale del Riesame o dei Tribunali e Corti penali. Ciò non toglie, beninteso, la meritoria azione di tantissimi procuratori, prudenti e attenti, che vogliono accertare i fatti al di là di ogni ragionevole dubbio, per punire giustamente i colpevoli.
 
Ma è proprio questa la grave responsabilità della Giustizia italiana, soprattutto quella penale: non arrivare a sentenza definitiva in tempi rapidi per appurare se un indagato sia colpevole o innocente. Chi è innocente si sente profondamente colpito e anela il momento in cui finalmente potrà liberarsi da una cappa che ingiustamente gli preme.
È ovvio che l’accusa è parte e non terzo rispetto all’accusato. Ho sentito con le mie orecchie un procuratore che affermava di essere prima giudice e poi pubblico ministero. Non condivido, in quanto il pubblico ministero deve sostenere un’accusa, per cui non può essere contemporaneamente giudice, cioè colui che deve valutare nello stesso modo le tesi anche dell’accusato.
I gravi ritardi con cui si concludono i processi penali sono un danno alla democrazia, violano il principio europeo più volte sottolineato dalla Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) e cioè che la durata non debba superare il triennio.
Lo Stato italiano ha cercato di mettere una pezza sui sette-otto anni che sforano tale periodo, approvando la Legge Pinto (89/2001) con cui si risarciscono le parti per gli anni in più rispetto al triennio.
 
Tuttavia, non c’è risarcimento bastevole per l’indagato o l’imputato che rimane sulla graticola per otto o dieci anni, anche perché, come prima si accennava, non c’è mai il risarcimento mediatico.
I ritardi nei processi civili sono ancora maggiori e altrettanto lunghi sono quelli amministrativi e tributari. Questi ritardi frenano gli investitori esteri, i quali sono a conoscenza che in caso di una controversia di qualunque natura in Italia, la Giustizia arriva con molto ritardo.
Questo impedisce di sapere, nel tempo ragionevole di tre anni, chi ha torto e chi ha ragione. Qualcuno, maliziosamente, sostiene che la lunghezza dei processi favorisce i colpevoli, perché a un certo punto interviene la prescrizione, con ciò proponendo di allungarne i termini. Ma l’Europa chiede esattamente il contrario, e cioé che la prescrizione si accorci, possibilmente facendola combaciare con la ragionevole durata dei processi, cioé tre anni.

Tre anni non sono pochi, nel penale, per sapere se un cittadino è colpevole o innocente. E non sono pochi nel civile, nell’amministrativo e nel tributario, per sapere se si abbia ragione oppure torto.
Dunque, il nocciolo della questione è ridurne i tempi, allineandoli a quelli medi europei. Ma la macchina della Giustizia è disorganizzata e inefficiente e spesso se ne dà la colpa ai giudici, che emettono poche sentenze.
Questo non è vero, perché a fronte di pochi magistrati che non fanno tutti il loro dovere, ve ne è la stragrande maggioranza che si sacrifica e si impegna al di là di ogni ragionevolezza.
Probabilmente, la responsabilità delle lungaggini è nelle procedure farraginose, volutamente complicate e anche, in qualche caso, all’interesse degli avvocati che cercano di allungare il più possibile i processi.
La mancanza di personale amministrativo sta per essere colmata con il trasferimento di qualche decina di migliaia di dipendenti delle Province, cancellate dalla Riforma costituzionale, ma occorre mettere mano proprio su quelle procedure che allungano inutilmente i tempi e non fanno emergere la verità.

Articolo pubblicato il 27 aprile 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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