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Senza gli immigrati disastro per l'Italia
di Redazione

Censis: +4% per nascite da almeno un genitore straniero, a picco da italiani (-15%). Perderemmo 2,6 mln di giovani, 35 mila classi, 68 mila docenti

Tags: Immigrazione, Migranti



ROMA -  Senza immigrati in Italia ci sarebbero 2,6 milioni di giovani under 24 in meno. Di fatto si potrebbe parlare di crac demografico. È quanto emerge dall’ultima fotografia scattata dal Censis, analizzata nel corso dell’incontro “L’integrazione nella società molecolare”, nell’ambito dell'annuale appuntamento di riflessione di giugno “Un mese di sociale”, giunto alla XXVIII edizione, dedicato quest'anno al tema “Ritrovare la via dello sviluppo secondo il modello italiano”. Sono intervenuti, tra gli altri, il presidente del Censis Giuseppe De Rita e la responsabile di ricerca Anna Italia. I numeri diffusi dal Centro studi dovrebbero fare riflettere molto, anche alla luce di quanto rivelato qualche settimana fa dall’Istat, secondo cui i giovani tra 15 e 34 anni, al 1° gennaio 2015, sono il 21,1% della popolazione iscritta all’anagrafe. Senza gli stranieri, insomma, saremo di fronte a una catastrofe.

Nascite, trend positivo solo per gli immigrati
Gli immigrati – spiega il Censis - sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli. Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall'Unità d'Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero.
È vero che il nostro sistema di gestione dei flussi migratori ha dovuto affrontare crescenti difficoltà. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456%. Ma il nostro modello di integrazione degli stranieri che si stabilizzano sul territorio nazionale funziona.

Scuola, lavoro, pmi: come faremmo senza gli immigrati
Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale. Senza gli stranieri a scuola (la maggioranza dei quali sono nati in Italia) si avrebbero 35.000 classi in meno negli istituti pubblici e saremmo costretti a rinunciare a 68.000 insegnanti, vale a dire il 9,5% del totale.
Anche sul mercato del lavoro la perdita dei migranti significherebbe dover rinunciare a 693.000 lavoratori domestici (il 77% del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.
Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani. Nel primo trimestre del 2016 i titolari d'impresa stranieri sono 449.000, rappresentano il 14% del totale e sono cresciuti del 49% dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate da italiani diminuivano dell'11,2%.

Prima gli italiani? Gli stranieri danno più di quanto ricevono
Anche i trattamenti previdenziali confermano che il rapporto tra “dare” e “avere” vede ancora i cittadini italiani in una posizione di vantaggio. I migranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141.000: nemmeno l'1% degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122.000, vale a dire il 4,2% del totale.

Integrazione molecolare
Tutti segnali di quel modello di integrazione dal basso, molecolare, diffuso sul territorio che ha portato oltre 5 milioni di stranieri (che rappresentano l'8,2% della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro Paese e che, alla prova dei fatti, ha mostrato di funzionare bene e di non aver suscitato i fenomeni di involuzione patologica che si sono verificati altrove in Europa, dove i territori ad altissima concentrazione di immigrati sono esposti a più alto rischio di etnodisagio. Dei 146 comuni italiani che hanno più di 50.000 abitanti, solo 74 presentano una incidenza di stranieri sulla popolazione che supera la media nazionale. Tra questi, due si trovano al Sud: Olbia in Sardegna, con il 9,7% di residenti stranieri, e Vittoria in Sicilia, con il 9,1%. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50.000 residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari solo al 18,6% della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2% dei residenti, e Prato con il 17,9%.

Articolo pubblicato il 10 giugno 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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