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Giuseppe Mancini: "In Sicilia bastano due termovalorizzatori"
di Carlo Alberto Tregua

Intervista a Giuseppe Mancini, docente di impianti chimici nel dipartimento di Ingegneria dell’Università di Catania e promotore dell’Aiat. Le centrali che producono calore e raffrescamento devono stare vicine alle città. “E la puzza si elimina”

Tags: Giuseppe Mancini, Termovalorizzatore, Rifiuti, Sicilia



CATANIA - La difficile gestione dei rifiuti nell’Isola e le scelte della politica, sempre in ritardo e spesso non lungimiranti. Torniamo a parlarne con Giuseppe Mancini, docente di impianti chimici nel dipartimento di Ingegneria elettrica, elettronica e computer dell’Università di Catania, promotore dell'Aiat, associazione degli ingegneri per l'ambiente e il territorio.
Ingegnere Mancini, ci incontriamo nuovamente ma pare che le cose continuino a non cambiare, un’altra proroga.
“Spero l’ultima. C’è ancora una certa distanza dalla realtà. Tanti buoni propositi, forse troppi, che si innescano in un quadro già molto complesso e confuso. Comunque c’è un cambio di passo”.

Quali sono i rischi?
“I rischi sono certezze. All’orizzonte procedure di infrazione dalla Comunità Europea per l’assenza di impianti per il recupero e pagamento di ingenti multe che patiremo nei bilanci comunali con conseguente riduzione dei servizi, anche primari”.

Quando parla di impianti di recupero si riferisce ai famosi Tmb?
“No. Gli impianti di Trattamento meccanico biologico, i famosi Tmb (o le famose piattaforme) previsti e in parte realizzati, per come sono concepiti, lavorando sull’indifferenziato consentono solo un modestissimo recupero dei metalli e di poco altro materiale, peraltro a costi elevati. In sostanza si pagano almeno 20 euro a tonnellata in più per separare due flussi, il ‘secco’ e l’’umido’ che restano abbastanza sporchi e che vengono conseguentemente re-immessi entrambi in discarica dopo il trattamento di biostabilizzazione del solo umido. Impianti quindi che non possono sostituire il ruolo del cittadino nel differenziare”.

Si sta aprendo nuovamente la strada ai termovalorizzatori, due grandi diceva il governo, tra 5 e 6 piccoli sostiene la Regione.

“Scusi, ma che vuol dire grandi o piccoli? E chi lo deve dire i politici, i giornalisti o i tecnici? Per rispondere alla sua domanda più tecnicamente il numero corretto, per me, è due, come peraltro ben evidenziato dal Governo. Attenzione, due se si utilizza, per Messina l’impianto ri-convertito della EdiPower che oltre a far risparmiare larga parte dei costi di costruzione, e quindi di smaltimento in quella provincia, permetterebbe il recupero della relativa area. Tolte Palermo, Catania e Messina, le altre aree hanno una densità di popolazione e quindi carichi di produzione decisamente più ridotti che non giustificano il costo degli impianti. Inoltre, per essere classificati come ‘azione di recupero’, devono avere un’elevata efficienza stabilita per legge che si può raggiungere con impianti di grande taglia (oltre 300000 t/anno) e possibilmente di tipo cogenerativo, ovvero in grado di recuperare, oltre l’energia elettrica, anche il calore. Solo gli impianti di grande taglia si dimostrano autosufficienti ovvero non necessitano di incentivi per sostenersi, e per questo in paesi come la Danimarca e i Paesi Bassi le gate fees (tariffe al cancello) si dimostrano mediamente molto più basse di quelle richieste in Italia, Spagna o Francia, dove prevalgono termovalorizzatori di piccola o media taglia che producono prevalentemente elettricità”.

Ma questo non aumenta le necessità di trasporto, come sostiene la Regione sollevando il principio di prossimità?
“Dal punto di vista normativo, il pur corretto principio da lei invocato si attua su base nazionale prima e regionale poi, e poco senso ha pensarlo a livello comunale. Il rifiuto che dovrebbe viaggiare dalle altre aree, peraltro il residuale (50%) dalle operazioni di recupero condotte in impianti locali è relativamente poco ed il costo di trasporto è circa il 10% di quello di smaltimento, quindi poco rilevante. Ma se si realizzeranno più impianti, di taglia inadeguata, i costi di smaltimento saliranno molto più che proporzionalmente e gli unici a guadagnarci saranno ovviamente i produttori di impianti, certo non siciliani, e qualche ‘rappresentante’ locale ovviamente”.

Non resta quindi che capire chi li deve gestire e dove localizzarli.
“Il soggetto, a mio avviso, deve essere privato fortemente controllato dal pubblico. E certamente non si può prescindere dalla competenze e dalla storia di chi fino ad oggi ha gestito impianti in Sicilia molto ma molto meglio del soggetto pubblico. I Paesi che li realizzano da decenni poi, li collocano prevalentemente al centro città. Parigi ne ha tre al suo interno. Vienna idem. Non mi parlate, quindi, di impatto sulla salute. Così sì che si minimizzano i trasporti e si massimizza l’efficienza recuperando il calore mediante reti di teleriscaldamento/teleraffrescamento. Essendo ormai a noi preclusa questa possibilità, la posizione più efficace è comunque nelle zone industriali più prossime alle città, massimizzando i principi della simbiosi industriale e la sostenibilità complessiva”.

Cosa intende per simbiosi industriale e sostenibilità complessiva?
“Se si realizza vicino alla città e penso in prossimità dell’impianto di depurazione cittadino, si può utilizzare il calore per efficientare la digestione anaerobica, già presente, dei fanghi di depurazione, unendo in questo processo anche la frazione organica del rifiuto. Ciò aumenta sensibilmente la produzione di biogas da convertire in biometano - che, se ottenuto da organico da differenziata, è soggetto a interessanti incentivi - ed evitare gli elevati costi energetici che richiederebbe invece il processo alternativo di compostaggio da promuovere invece nelle aree meno densamente popolate evitando di fare viaggiare l’organico. L’eventuale calore residuo si può utilizzare per una piccola rete di teleriscaldamento e teleraffrescamento di altri capannoni contigui e persino di centri commerciali. Pensi a quanto è vicina Ikea all’impianto di depurazione di Pantano d’Arci. Ma analogamente per l’impianto di Acque dei Corsari a Palermo. Tra l’altro, le arie prelevate dai capannoni di processo possono essere usate per la combustione eliminando definitivamente uno dei problemi che più colpisce la popolazione, quello della puzza”.

In conclusione?

“L’unica è partire dalla raccolta differenziata. Molto spinta nei piccoli e medi centri ma abbastanza spinta anche nei grandi. Con bastone, carota e tanto coinvolgimento. Soprattutto separare a monte l’umido che puzza, compromette la possibilità di recupero delle altre frazioni e amplifica gli impatti della discarica. Avevamo lanciato l’idea come Aiat del ‘2017 Anno Siciliano della raccolta differenziata’, attraverso un patto tra cittadini e sindaci, il coinvolgimento delle scuole e delle tante e preziose forze associazionistiche in Sicilia. Poi realizzare impianti di recupero vero per plastica, carta e vetro con canali commerciali stabili di vendita delle materie prime seconde e penso alla Cina che ne è affamata. Infine recupero energetico attuato mediante l’impiego delle migliori tecniche disponibili (Bat) per il solo rifiuto residuale che esiste ed esisterà sempre perché non è sostenibile riciclare il non riciclabile. Chi ipotizza il contrario è ignorante o fa demagogia con interessi diversi da quelli della popolazione presente e futura. Scegliere e localizzare gli impianti pensando agli interessi di queste ultime senza farsi affascinare da tecnologie fantascientifiche ad emissioni zero che spesso, se non sempre, fanno l’interesse solo di chi ti vende ed installa l’impianto che non è riuscito a collocare in nessuna altra parte del mondo”.

Articolo pubblicato il 14 giugno 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Giuseppe Mancini, docente di impianti chimici nel dipartimento di Ingegneria elettrica, elettronica e computer dell'Unict
Giuseppe Mancini, docente di impianti chimici nel dipartimento di Ingegneria elettrica, elettronica e computer dell'Unict


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