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In 10 anni annegate 2.500 persone
di Antonio Leo

Negli ultimi giorni a Palma di Montechiaro e a Licata hanno perso la vita un bimbo di 5 anni e un uomo di 45. Istituto superiore sanità: di fronte le coste siciliane quasi 200 vittime tra 2003 e 2012



PALERMO – L’ultimo volta che è successo è stato l’altro ieri a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, quando un bimbo di soli 5 anni è annegato nelle acque antistanti contrada Ciotta. Nello specchio d’acqua poco più a Sud, di fronte la spiaggia licatese di Pisciotto, solo qualche ora prima la stessa sorte è toccata a un uomo di 45 anni.

È una strage senza età e senza sosta, soprattutto nella stagione estiva, quella delle morti in mare per annegamento. In circa dieci anni, secondo l’Istituto superiore della sanità, hanno perso la vita lungo il litorale italiano, nei fiumi, nei laghi e nelle piscine oltre 2.500 persone. Quasi 200 a largo delle coste siciliane. 

Per la gran parte si tratta di decessi evitabili, dovuti perlopiù a mancanza di barriere nelle piscine, sorveglianza inadeguata, scarsa abilità al nuoto da parte di chi si avventura in mare aperto, poca consapevolezza dei pericoli.

Rischiano soprattutto i giovani: ogni anno, infatti, annegano 9 bimbi sotto i 4 anni e circa 100 ragazzi, in particolare maschi e in condizioni economiche meno agiate, a riprova che la povertà educativa (in questo caso la mancanza di un’adeguata preparazione al nuoto) può fare la differenza persino tra la vita e la morte. 

Pesano i cattivi comportamenti: mangiare o bere una bevanda alcolica prima di tuffarsi potrebbe essere fatale. Ma occorre fare attenzione anche al contesto, in quanto nelle spiagge con molta pendenza dei fondali, specie quando il mare è agitato, si possono formare buche e correnti di ritorno.

Spesso basterebbe una segnaletica che indichi i pericoli, ma è in generale la prevenzione ad essere stata assente negli ultimi anni. Lo dimostrano i numeri dell’Istat: all’inizio degli anni ’70  in Italia si verificavano 1.200-1.300 annegamenti l’anno. Nel 1995 il numero era sceso a circa 400, una riduzione del 70% che “dimostra - secondo gli esperti dell’Iss - l'efficacia di una serie di misure preventive”, come la sensibilizzazione dei cittadini attraverso gli organi di stampa e una più omogenea sorveglianza delle spiagge  Da allora non sono stati fatti passi avanti, con le vittime costanti anno dopo anno. Dal 2003 al 2012 sono morte per annegamento complessivamente 2.530 persone, delle quali 432 in Lombardia, 344 in Veneto, 201 in Emilia Romagna, 196 in Piemonte, 189 in Sicilia, 157 nel Lazio, 145 in Puglia, 141 in Sardegna, 134 in Toscana, 109 in Campania.

L’Iss, per uniformarsi alle richieste dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), ha elaborato un Piano di prevenzione che punta, nel triennio 2016-2018, a dimezzare la mortalità per annegamento in Italia, estendendo tra l’altro i controlli anche alle spiagge libere.
Il Piano mira soprattutto ad azzerare la mortalità dei bambini, per i quali è indispensabile una guardia più alta da parte dei genitori. A loro si rivolge Riccardo Lubrano, presidente della Società italiana di medicina emergenza urgenza pediatrica (Simeup): “Mai distogliere gli occhi se i bimbi sono in acqua, anche se a riva, e recintare piscine o tenerle coperte quando non utilizzate”. 

Nel caso fosse necessario un intervento di salvataggio, “appena la vittima è a terra”, bisogna “iniziare un massaggio cardiaco e una ventilazione in attesa dei soccorsi”.  “Consigliamo a tutti - continua Lubrano -  di seguire corsi di primo intervento (Basic Life-Support BLS) tenuti da strutture certificate. Ma la cosa più importante è che i bambini abbiamo confidenza con l'acqua e non si spaventino se entra nelle vie aeree, perché uno dei più grandi problemi in questi casi è la paura”. Proprio per questo motivo è opportuno iscrivere i propri figli a “corsi di acquaticità già a partire dai 3 anni”.

Articolo pubblicato il 13 luglio 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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