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Giovani in fuga dalla Sicilia? Non per tutti è un addio
di Antonio Leo

L’ingegnere sta costituendo una spin-off con l’Università di Catania per trattenere i migliori studenti. La storia di Davide Pisasale, 28enne che ha rifiutato gli Usa per tornare nell’Isola

Tags: Davide Pisasale



CATANIA – Non tutti i cervelli in fuga hanno il biglietto solo andata. E pensare che a Davide Pisasale, ingegnere 28enne originario di Scordia, hanno offerto persino l’America. Un contratto da vertigini per la gran parte dei suoi coetanei e un visto di sei anni negli Stati Uniti. Ha rifiutato. Per tornare a casa sua e costituire con suo fratello Giambattista (34 anni) una società che sviluppa software a Catania, con l’obiettivo di attrarre (e trattenere) le migliori menti delle Università siciliane. Dopo la laurea ottenuta con il massimo dei voti in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, con parentesi all’Università dell’Arkansas, si è iscritto al doppio percorso specialistico Italia-Usa, passando un anno sotto la Mole e un anno a Chicago, presso l’Ateneo dell’Illinois. Un periodo importante, in cui ha contribuito a progettare un sistema innovativo per ridurre le particelle di CO2 nell’ambiente attraverso le nanotecnologie, ricerca pubblicata su riviste scientifiche come Nature Communications e Science. Neanche il tempo di laurearsi e viene assunto da CNH industrial, costola del Gruppo Fiat, sviluppando prodotti per diversi mercati emergenti, dalla Cina all’America Latina. Dopo due anni e mezzo, ha detto basta.

“Volevo tornare in Italia – spiega Davide -. Così mi sono licenziato in tronco il 15 dicembre 2015 e ho rinunciato al visto, una delle cose più difficili da ottenere negli States e a cui aspirano molti giovani. Quando sono rientrato, ho ricevuto molte attestazioni di stima dai miei colleghi per il coraggio avuto. L’ho fatto con la consapevolezza di voler fare qualcosa di buono per me e per quello che ho più a cuore, aiutare la mia terra”.

Pisasale fa parte di quella generazione di giovani meridionali con il trolley pronto all’uso. Nell’anno accademico 2014-2015 – secondo gli ultimi dati del Censis - 23mila studenti universitari si sono spostati verso le regioni del Nord e nel 2013 ben 31.000 laureati hanno lasciato la propria città per trasferirsi a Milano piuttosto che a Torino, oppure proprio fuori dall’Italia. Tra spese sostenute per la formazione degli studenti e il mancato ritorno dell’investimento, si stima una perdita di 3,3 miliardi di euro per il Mezzogiorno. Una emorragia che mina il futuro di un’Isola invecchiata, abulica, privata delle risorse più fertili e dunque desolata tra rami secchi. C’è però chi come Davide resta o rientra, nonostante.

Qual è stata l’occasione per tornare?
“Sono stato selezionato per frequentare un master di alta formazione in business administration (MBA) che si svolge tra Torino, Parigi e Monaco. È  stata un’opportunità per tornare in Italia e per migliorarmi come manager, acquisendo conoscenze trasversali nell’area business: nell’ottica di riavvicinarmi alla Sicilia, sono consapevole che come ingegnere meccanico non troverei granché. Il master ha una formula flessibile e questo mi permette di concentrarmi anche sui miei progetti nell’Isola”.

Perché questa scelta?
“Non possiamo tutti abbandonare la nostra terra. È importante fare esperienze all’estero, perché aiuta a formare e ad aprire la mente. Però l’obiettivo deve essere sempre quello di tornare e dare una mano. È un po’ una mission della mia famiglia: anche mio fratello Giambattista, con una brillante carriera da informatico a Milano, ha deciso di licenziarsi per ripartire da zero nella nostra regione”.

Come state mettendo a frutto le vostre conoscenze in Sicilia?
“Con Giambattista abbiamo creato un’azienda che sviluppa software altamente innovativi a Catania e vuole diventare un centro di eccellenza nel Sud Italia. Con l’Università etnea stiamo costituendo una spin-off di nome ‘Antudo’, che ha come soci i docenti dell’ateneo”.

Antudo, acronimo di “Animus tuus dominus”. In Italiano “il coraggio è il tuo signore”. Come il motto dei Vespri siciliani. Come quello degli indipendentisti.
“Il nome l’ha scelto mio fratello ed ha sicuramente dei richiami anche nel logo (si intravede la Trinacria in uno sfondo tecnologico). Attraverso la spin-off - che ha già clienti molto importanti, tra cui due delle più grandi banche italiane – intendiamo selezionare i migliori studenti dell’Università e farli restare con noi”.

Qual è il vostro prodotto più importante?
“La punta di diamante è un software che combina le potenzialità del semantic web  (detto alla spicciolata: comunicare in modo chiaro dei significati tramite il web, nda) con i big data (analisi estesa e approfondita di dati complessi, nda), sempre più strategici per le aziende e per la pubblica amministrazione. Stiamo mettendo a punto un algoritmo proprietario con i docenti dell’Università di Catania e c’è già un grosso imprenditore milanese interessato a investire nello sviluppo”.

Poco più di un mese fa 400 innovatori provenienti da tutto il mondo hanno partecipato al Social Enterprise Boatcamb: una crociera di quattro giorni – da Roma a Barcellona - per discutere di innovazione sociale. Che faceva su quella nave?
“Questa è stata un’esperienza fantastica, vissuta insieme ad altri tre colleghi del master, anche loro under 30 del Sud (il campano Giuseppe Polito e i pugliesi Luigi Piccarreta e Domenico Lopriore). Tutti eravamo rientrati in Italia da esperienze all’estero con la stessa idea: riavvicinarci ai nostri territori. Al Social Boat abbiamo presentato una piattaforma che permette di integrare le eccellenze delle regioni meridionali nei settori turistico, agroalimentare, culturale e nella ristorazione. Si tratta di luoghi e sapori che permettono di fare un’esperienza unica, ma da soli valgono poco. Uno dei principali problemi delle aziende che operano in questi campi è che non sanno proporsi all’esterno, non sanno vendersi. Tramite la nostra piattaforma un operatore del territorio può far parte di un network: una business unit farà marketing al posto suo, ad alto livello, e lo metterà in rete con le altre realtà del territorio”.

Che consiglio si sente di dare ai giovani siciliani?
“Il mio consiglio è quello di provarci. È vero che in Sicilia c’è un terreno ostile, però le possibilità ci sono. Dobbiamo essere proattivi e fare quello sforzo in più che ci permette di raddrizzare le cose. Se lo iniziamo a fare tutti, allora può diventare contagioso”.

Articolo pubblicato il 22 luglio 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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