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Tributi, dalla Sicilia meno entrate. In Lombardia si versa il doppio
di Oriana Sipala

Dati Cgia Mestre: l’Isola è tra le regioni che meno contribuisce perché è tra quelle che produce meno. Un cittadino del Nord paga oltre 10 mila € di tasse, un siciliano si ferma a 5.556 €

Tags: Economia, Tasse, Sicilia, Cgia



PALERMO - Che tra Nord e Sud esista un divario economico non indifferente è tristemente risaputo. Innumerevoli rapporti a firma di fonti autorevoli confermano con cadenza quasi quotidiana il gap tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, che arrancano in termini di occupazione, impresa, investimenti e quant’altro. E arrancano pure per quanto riguarda la ricchezza prodotta e la capacità contributiva dei singoli soggetti. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia Mestre, che ha diffuso lo scorso 16 luglio dei dati abbastanza esplicativi.

Secondo tale fonte, il peso delle tasse che gli italiani versano all’Erario e agli enti locali non è per niente omogeneo. Gli abitanti delle regioni settentrionali, infatti, versano il doppio delle tasse rispetto ai contribuenti del Sud. Se al Nord le entrate tributarie pro capite ammontano a un valore medio annuo di 10.229 euro, nel Mezzogiorno, invece, il peso scende a 5.841 euro. Praticamente la metà.

A spiegare le ragioni di questa profonda spaccatura è il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, secondo cui: “Come stabilito dall’articolo 53 della nostra Costituzione, tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Appare evidente - commenta Zabeo - che i territori più ricchi del Paese versano di più di quelli che lo sono meno e questo  giustifica il forte divario territoriale che emerge in questa analisi. Va altresì ricordato che laddove il reddito è più alto, il gettito fiscale è maggiore e, in linea di massima, anche la quantità e la qualità dei servizi erogati sono più elevati”. In altre parole, maggiori sono i guadagni, maggiori sono le tasse da versare, che si traducono in risorse preziosissime per gli enti pubblici, i quali, a loro volta, possono impiegare le entrate per offrire servizi più efficienti. Un circolo virtuoso che, se s’inceppa, come avviene in molte delle realtà meridionali, dà luogo, al contrario, a innumerevoli disagi e inefficienze.

La Sicilia rientra perfettamente in questo quadro poco ameno, essendo una delle regioni che meno contribuisce perchè meno produce. Nella nostra Isola, infatti, vengono versati 5.556 euro pro capite, di cui 4.379 sono destinati al Governo centrale, 513 alla Regione e 568 alle amministrazioni locali. Peggio della Sicilia fa solo la Calabria con i suoi 5.183 euro pro capite di tasse. In generale, in fondo alla classifica troviamo solo regioni del Sud: in Campania, Puglia e Sardegna non si arriva ai 6 mila euro pro capite, mentre in Basilicata e Molise si oscilla tra i 6.200 e i 6.500 euro pro capite. Un gradino più in alto si piazzano Abruzzo e Umbria, che versano all’erario e agli enti locali rispettivamente 7.217 e 7.699 euro pro capite.

Dall’altra parte della classifica troviamo invece la Lombardia, con 11.284 euro pro capite, seguita dal Lazio, in cui i contribuenti versano 10.426 euro a testa. Si va oltre i 10 mila euro anche in Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna, mentre in tutte le altre regioni si va dagli 8 mila euro ai 9.800 euro pro capite.

E si potrebbe continuare ancora con numeri davvero poco invidiabili per il Mezzogiorno. La Cgia Mestre segnala, infatti, che su 60,8 milioni di abitanti presenti in Italia, il 45,7 per cento risiede al Nord e solo il 34,4 per cento al Sud. Ciò significa che il Nord è certamente più attrattivo del Sud.

Inoltre, a fronte di 24,3 milioni di occupati nel Paese, il 51 per cento lavora nel settentrione e solo il 27,3 per cento nel meridione. Con una ricchezza annua pari a 1.612 miliardi (Pil nazionale), si legge ancora nell’elaborazione della Cgia Mestre, il 55,2 per cento è prodotta al Nord e il 22,8 per cento al Sud, ovvero nemmeno la metà.

Anche per quanto riguarda la spesa complessiva annua sostenuta dalle famiglie italiane, che ammonta complessivamente a 994 miliardi, non ci sono cifre di cui andar fieri: di questi 994 miliardi, infatti, il 52,8 per cento è riconducibile al settentrione e il 26,4 per cento al meridione.

Infine, in termini di imponibile Irpef, il valore assoluto nazionale è pari a 777,5 miliardi di euro, di cui il 54,5 per cento è appannaggio del Nord e il 24,3 per cento di pertinenza del Sud. Insomma, viviamo in un Paese che corre a due velocità diverse e assolutamente asincrone.

Un ultimo aspetto interessante che emerge dall’elaborazione della Cgia Mestre, è la distribuzione del gettito tra i vari livelli di governo. Su un totale nazionale di 8.572 euro pro capite di entrate tributarie registrate nel 2014, ben 6.989 euro finiscono nelle casse dello Stato (pari all’81,5 per cento del totale); 903 euro pro capite sono invece destinati alle Regioni (10,5 per cento del totale) e solo 680 euro pro capite (7,9 per cento del totale) confluiscono nelle casse degli Enti locali (Comuni, Province e Comunità montane).
 
Insomma, è lo Stato a trattenere la maggior parte del gettito dei contribuenti, trattenendo per sé i versamenti provenienti da Irpef, Ires e Iva, solo per citare i più cospicui.

Articolo pubblicato il 17 agosto 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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