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Referendum d'ottobre, cosa cambia in Sicilia
di Raffaella Pessina

Col sì il Senato diverrà un organo rappresentativo delle autonomie regionali. La riforma trasforma l’assetto istituzionale del Paese

Tags: Referendum, Sicilia



PALERMO - In attesa che riaprano i battenti di Palazzo dei Normanni per riprendere la normale attività parlamentare dopo le ferie estive, la scena politica siciliana è occupata dal tema sul referendum per le riforme costituzionali. A ottobre gli italiani infatti saranno chiamati a votare un referendum costituzionale per approvare o respingere la riforma della Costituzione, approvata in doppia lettura da Camera e Senato e ora dovrà passare al vaglio dei cittadini. Il referendum costituzionale è previsto dall’articolo 138 della Costituzione italiana e deve essere indetto entro tre mesi dall’approvazione da parte del Parlamento delle leggi di revisione costituzionale. Per essere valido non c’è bisogno di raggiungere il quorum. A differenza del referendum abrogativo, infatti, non è necessario che vada a votare il 50% più uno degli aventi diritto.

Ecco cosa prevede la riforma che trasforma l’assetto istituzionale del paese. Superamento del bicameralismo perfetto. Attualmente, tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, devono essere approvate da entrambe le Camere. Anche la fiducia al Governo deve essere concessa sia dai deputati che dai senatori. Con il sì alla riforma, la Camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che dovrà approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al Governo. Il Senato si trasforma un organo rappresentativo delle autonomie regionali (Senato delle regioni), composto da cento senatori (invece dei 315 attuali) che non saranno eletti direttamente dai cittadini. Infatti 95 di loro saranno scelti dai consigli regionali che nomineranno con metodo proporzionale 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Questi 95 senatori resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali. A questi, si aggiungeranno cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica che rimarranno in carica sette anni, non più come oggi, a vita. Tale privilegio resta solo per gli ex Presidenti della Repubblica. I sei senatori a vita attuali però (Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Mario Monti, Carlo Rubbia, Renzo Piano ed Elena Cattaneo) resterebbero in carica e non saranno sostituiti. I senatori non sarebbero più pagati dal Senato, ma percepirebbero solo lo stipendio da amministratori.

La riforma prevede anche la elezione del Presidente della Repubblica da parte delle camere in seduta comune e dal 7mo scrutinio basterà la maggioranza dei tre quinti dei votanti (attualmente è necessario ottenere i due terzi dei voti dell’assemblea fino al terzo scrutinio; dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti). Prevista l’abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro. Con la riforma circa venti materie tornano alla competenza esclusiva dello stato, tra cui l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni. I referendum abrogativi e le leggi d’iniziativa popolare cambiano sul quorum, che si riduce se aumenta il numero dei cittadini che lo propongono. Infine per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila.

Articolo pubblicato il 25 agosto 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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