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Competitività, imprese siciliane in negativo
di Rosario Battiato

Tutti gli indici aggiornati dall’Istat alla fine di luglio presentano un quadro poco dinamico per qualità e occupazione. Inferiori alla media nazionale i valori relativi alla certificazione ambientale. Isoo 14001, siti siciliani fermi all’11,9% (13% in Italia)

Tags: Imprese, Sicilia, Istat, Crisi, Economia



PALERMO - Le imprese siciliane confermano una tendenza negativa di lungo corso in tutti gli indici di competitività aggiornati dall’Istat alla fine dello scorso mese. Dalla quota di certificazione ambientale al capitolo relativo agli investimenti, passando dalla presenza di lavoratori nei settori ad alta tecnologia e nei settori ad alta intensità di conoscenza. Il quadro che emerge alla fine non è dinamico in senso generale, né in riferimento alla qualità dell’occupazione. 

Inferiori alla media nazionale sono i valori relativi alla certificazione ambientale, un dato che riguarda le organizzazioni con Iso 14001 (uno standard di gestione ambientale fissato dall’Unione europea) sul totale dei siti di organizzazione certificate. Il dato isolano si ferma a 11,9% contro il 13% di quello nazionale, e risulta inferiore anche al dato per macroarea registrato nel Sud e nelle Isole. Proprio alla fine di luglio l’Ispra aveva approfondito questo aspetto delle imprese nazionali, realizzando un report sull’andamento delle certificazioni ambientali volontarie come Emas ed Ecolabel nell’ambito delle imprese. Anche su questo fronte l’Isola è in ritardo: in Sicilia soltanto 16 organizzazioni registrate Emas, penultimo dato tra le regioni nazionali. Inoltre tra il 2010 e il 2015  ha fatto registrare un dato negativo del 69% relativamente al numero di organizzazioni registrate.

Anche il capitolo investimenti non sta affrontando una tendenza particolarmente positiva per le imprese. Gli investimenti privati in percentuale del Pil hanno raggiunto nell’Isola quota 11,47%, cioè il dato più basso tra il 1995 e il 2013. Un risultato che, ancora una volta, distanzia la realtà isolana dal resto d’Italia (15,20%) e risulta essere uno dei più contenuti in assoluto, confermando la subalternità dell’Isola di fronte alla dinamica italiana che comunque non è affatto positiva. Nei scorsi la Cgia ha fornito, a livello nazionale, un dato ancora più esteso e preciso: tra il 2007 e il 2015 in Italia gli investimenti sono scesi di 109,7 miliardi di euro pari a una contrazione percentuale di 29,8%. Un terzo di investimenti in meno con particolari responsabilità per mezzi di trasporto, fabbricati non residenziali, telecomunicazioni e attività di ricerca e sviluppo.

L’occupazione di qualità non sembra trovare posto nell’Isola. L’indice relativo alla specializzazione produttiva nei settori ad alta tecnologia (settori manifatturieri ad alta tecnologia, settori dei servizi ad elevata intensità di conoscenza e ad alta tecnologia) sul totale degli occupati, vede l’Isola bloccarsi su un dato che è circa la metà di quello nazionale. La percentuale isolana è pari a 1,8%, quella italiana è del 3,4% con picchi particolarmente elevati nel Lazio (6,2%) e in Lombardia (4,9%). Un dato che trova conferma nella quota specifica degli addetti nei settori ad alta intensità di conoscenza nelle imprese dell’industria e dei servizi (addetti nel settore sul totale degli addetti) che l’Eurostat considera come quelle attività in cui almeno il 33% degli addetti sia in possesso di un titolo di istruzione terziaria (cioè dalla laurea in poi). Il dato isolano, in questo caso, è del 14,8% contro una media nazionale del 17,3%. I migliori risultati si registrano ancora nel Lazio con un quarto degli addetti coinvolti sul totale, e in Liguria dove supera il 20%.

Articolo pubblicato il 31 agosto 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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