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Piccoli ospedali a rischio. La Sanità è da riorganizzare
di Renato Passalacqua

Per molti si parla di chiusura. Serve una rivisitazione della rete sul territorio

Tags: Cimo, Ospedale



Per anni i piccoli ospedali hanno rappresentato un elemento fondamentale nella diffusione della sanità nel territorio italiano. Sovente sono stati e sono ancora un motivo di stabilità economica per molte comunità, giacchè sono fonte di impiego per un discreto numero di lavoratori locali.

Già dal 1999 in Sicilia alcuni sono stati dismessi, nel migliore dei casi riconvertiti strutture di ricovero per cronici o in strutture territoriali ove vengono erogati servizi ambulatoriali. Ma ancora non è finita, molti altri piccoli ospedali, cosiddetti ospedali di zona, verranno in breve tempo dismessi. Questa trasformazione nasce primariamente da una esigenza economica e dalle norme nazionali in materia di riorganizzazione della rete ospedaliera, vanno chiusi gli ospedali con meno di 120 posti letto.

Le piccole strutture sono gravate da alti costi, in primis di personale, giacchè a prescindere dai posti letto di un nosocomio, necessita un numero minimo di personale per garantire l’assistenza; inoltre se si analizzasse un dato, molto spesso dimenticato: il costo medio di una giornata di degenza, ci accorgeremmo della onerosità di questi piccoli presidi.

Ma anche altri argomenti depongono per la chiusura: la sicurezza e la qualità delle cure ad esempio. Oggi è difficile che un piccolo ospedale sia fornito di tutte le divisioni di base e dei servizi diagnostici necessari per evitare continui trasferimenti dei pazienti. Inoltre il cittadino è sufficientemente informato per operare scelte accorte al momento del ricovero.

Purtroppo la chiusura dei piccoli ospedali, che sovente avviene per inedia, non è stata opportunamente governata. Gli ospedali a rischio chiusura sono i cosiddetti ospedali zonali, quelli dei paesi per intenderci. La sanità ospedaliera verrà centralizzata quasi esclusivamente nei capoluoghi di provincia. Si sarebbe dovuto programmare già molti anni addietro una seria rimodulazione della rete ospedaliera, già da quando molti soldi furono spesi per l’adeguamento alla legge 626, al rischio sismico e soprattutto per l’adeguamento  strutturale a quanto previsto dalla legge Bindi.

Molti di questi ospedali sono datati, antiche costruzioni che necessitano di manutenzione costante, sovente localizzati in posizioni infelici, nei centri urbani, privi di adeguati parcheggi; se negli Stati Uniti si preferisce abbattere e ricostruire una struttura datata 50/60 anni, ci sarà pure un motivo.

Bisognava a suo tempo rimodulare la rete ospedaliera partendo dai dati epidemiologici delle necessità di cura,  razionalizzando la presenza di nosocomi in funzione del territorio e delle reti viarie: per intenderci un ospedale poteva nascere anche in un piccolo paese o in una frazione che fosse al centro di un territorio importante per numero di utenti, facilmente raggiungibile, al centro di snodi viari, possibilmente supportato da sistemi collettivi di trasporto.

Bisognava prevedere strutture ospedaliere di media grandezza che contenessero tutte quelle specializzazioni in grado di assolvere le esigenze di cura del cittadino ad eccezione delle “alte specializzazioni” correttamente previste nella aziende ospedaliere. Queste peraltro non avrebbero dovuto avere doppioni, come spesso avviene, ma complementarietà soprattutto per le alte tecnologie. Purtroppo ciò non è avvenuto e ci troveremo sempre di più di fronte all’afflusso massiccio dell’utenza ai centri capoluogo di provincia; ciò aggraverà la circolazione in una regione in cui il sistema di trasporto è inadeguato, sarà motivo di difficoltà per i congiunti dei pazienti, nonché – e perché no – motivo di spese in una situazione economica certamente non florida.

Ma se si chiuderanno i piccoli ospedali, che non sempre sono sinonimo di inefficienza, bisognerebbe anche valutare dati e reports, bisogna prima attivare tutti i servizi territoriali sostitutivi dell’ospedalizzazione, riorganizzare la rete delle urgenze/emergenze con strutture sostitutive del pronto soccorso in grado di garantire la rapida stabilizzazione e trasferimento del paziente acuto nel posto più adeguato. Il tempo dell’ospedale “sotto casa” è ormai finito, la rimodulazione ora divenuta impellente, doveva essere governata nel tempo, i Governi Regionali succedutesi negli anni dovevano con chiarezza far capire ai sindaci, ai cittadini, spesso uniti in inutili comitati a difesa del nosocomio locale, che ogni paese non poteva avere il suo ospedale, che bisognava sacrificare qualcosa a garanzia della sicurezza nell’erogazione di prestazioni efficienti e di qualità, e perché no, anche con livelli di comfort adeguato per essere competitivi con la sanità privata.

La politica non doveva cedere alle richieste di ogni comunità, di ogni paese, tenendo in vita piccoli nosocomi spesso carenti di personale, con pochi reparti, con diagnostiche incomplete, motivo di continui trasferimenti di pazienti e quindi poco sicuri. Ospedali inevitabilmente destinati alla chiusura.

Renato Passalacqua
Segr. Regionale Amministrativo

Articolo pubblicato il 10 settembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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