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Avanza il protezionismo, a velocità doppia rispetto alle liberalizzazioni
di Adriano Agatino Zuccaro

Analisi del centro studi Gta relativa alle misure attuate dai Governi del G20 dal 2009 al 2016. Gli Usa al primo posto per numero di interventi protezionistici. Italia nella top ten

Tags: Protezionismo, Liberalizzazione, Economia



ROMA - Il numero totale di misure economiche protezioniste attuate ogni anno dal 2009 dal G20 è il doppio del numero totale di nuove misure di liberalizzazione. Molte delle misure protezionistiche, inoltre, sono permanenti cambiamenti nella politica, mentre le misure di liberalizzazione sono spesso una sequenza di tagli tariffari temporanei applicati alle importazioni.

Lo rileva un’analisi del centro studi (Gta) che ha analizzato le misure attuate dai governi del G20 ogni anno dal 2009 al 2016 (vigenti al 19 agosto 2016). I potenti del mondo, dunque, si muovono solo a parole in direzione dell'abbattimento di ogni tipo di frontiera e continuano, in sordina, a guardare al proprio “orticello”.

Il numero di interventi del G20 della cui attuazione hanno beneficiato in modo permanente i venditori stranieri è stabile nel tempo a circa 50-60. Al contrario, gli interventi che ledono gli interessi stranieri cresce costantemente fino al 2013 per poi accelerare. Entro il 2015 oltre 750 misure protezionistiche in materia di beni di investimento attuati dai membri del G20 erano ancora in vigore e il totale è aumentato ulteriormente nel 2016.

Ci sono anche differenze marcate nel mix di politiche usato dai governi del G20 per incoraggiare o distorcere il commercio internazionale di beni di investimento. Gli strumenti politici attuati dai governi del G20 dal novembre 2008 per discriminare il commercio estero sono stati 1183; 432 gli strumenti politici attuati in direzione della liberalizzazione.

Il Global Trade Alert indica anche i Paesi che hanno attuato il maggior numero di misure protezionistiche dal novembre 2008. Al primo posto gli Stati Uniti (1.066 misure protezionistiche), secondo posto per l'India (562) e terzo per la Russia (559). Nella top ten Argentina (397), Brasile (297), Germania (288), Regno Unito (286), Italia (257), Francia (251), Indonesia e Cina (241).

Cinque gli strumenti politici frequentemente usati per discriminare i fornitori esteri di beni di investimento: due sono misure trade-restrittive imposte al confine (tariffe di importazione e commercio di difesa), una che sottilmente limita il commercio e incoraggia la localizzazione della produzione (misure in materia di appalti pubblici che necessitano di sourcing o produzione locale) e due misure che offrono un sostegno finanziario ad alcuni produttori ed esportatori (aiuti di Stato).

Per quanto riguarda le misure di liberalizzazione del G20, tre quarti di esse sono riduzioni tariffarie all'importazione. Come notato in precedenza, molte di quelle riduzioni tariffarie erano temporanee e spesso sono state  rinnovate. Il Brasile e in misura minore la Russia seguono questa pratica.

Ban Ki-Moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “il rallentamento del commercio mondiale e la mancanza di investimenti produttivi hanno acuito le divisioni profonde tra coloro che hanno beneficiato della globalizzazione, e coloro che continuano a sentirsi lasciati alle spalle. E piuttosto che lavorare per cambiare il modello economico per il meglio, molti attuali e aspiranti leader stanno invece abbracciando il protezionismo e persino la xenofobia”.

Parole su cui occorrerebbe riflettere per dare una risposta a quelle popolazioni che vedono i propri prodotti minacciati da un “commercio sregolato” ma che, allo stesso tempo, non traggono i benefici sperati innalzando barriere.

Articolo pubblicato il 10 settembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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