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Quotidiano di Sicilia

Dario Fo un grande giullare
di Carlo Alberto Tregua

La satira contro perbenismo e ipocrisia

Tags: Dario Fo



Ieri mattina è morto Dario Fo, che ha avuto la fortuna di lavorare fino a 12 giorni prima del decesso.
Non condividevo il fatto che dopo la morte ritenesse non esserci che il nulla, perché invece io ritengo che lo spirito sopravviva al corpo e che la vita cambi forma. Per il resto, ho ammirato l’uomo, l’artista, l’intellettuale, che ha vissuto intensamente e in modo fortunato per ben novant’anni.
Era sempre sorridente, anche quando diceva cose serie, perchè la sua satira colpiva di più quando prendeva di mira i problemi seri. Si faceva beffe dei potenti e ricordiamo quando fu cacciato da Canzonissima nel 1962, nonostante i suoi testi fossero stati approvati preventivamente dai dirigenti della Rai dell’epoca. Ma quando li cominciarono a recitare in televisione, si scoprì la forza dirompente contro il perbenismo e l’ipocrisia imperante dell’epoca, rappresentata dalla Democrazia cristiana, tutta casa e chiesa.

Fo è stato un mostro della scena e un maestro di vita, non per l’oggetto della sua comunicazione, ma per il modo con cui comunicava. Si poteva essere d’accordo o in disaccordo con ciò che diceva, ma non si poteva non ammirare il modo in cui lo diceva.
Rovesciava tutte le situazioni concrete con allegria e ha utilizzato il grammelot, cioè un linguaggio fatto di suoni e non di parole, di cui si capiva tutto attraverso le gesta, l’espressione del viso e degli occhi, i movimenti del corpo e ogni altra comunicazione non verbale.
Il premio Nobel attribuitogli nel 1997 colse di sorpresa l’intellighenzia italiana, invidiosa che un giullare potesse meritare un riconoscimento così ambito. Ed è proprio nella dissacrazione di fatti e situazioni ingiuste che si esprimeva la forza del Nostro, il quale diceva che per realizzare le cose bisognava sudare, soffrire e sacrificarsi senza limiti.
Dal 19 febbraio del 2013 appoggiò senza esitare il nascente Movimento 5 stelle, perché capì che occorreva uno shock al vetusto sistema partitocratico italiano, per ribaltare la situazione in cui si trovava il nostro Paese.
Fo usava in pieno e totalmente quella meravigliosa macchina che è il cervello, il quale per le normali elaborazioni consuma un’energia di appena 80 watt. Per le stesse elaborazioni un normale pc avrebbe bisogno di un miliardo di watt.
 
Fo prendeva tutte le questioni al rovescio, cercando il ridicolo nelle situazioni e nei fatti, infilandosi di sghimbescio nelle circostanze. Il potere dell’epoca aveva il terrore delle sue opere, spesso generate senza una precisa organizzazione, ma il più delle volte frutto di un’attento sistema capace di mettere insieme fatti e circostanze reali, espresse sul palcoscenico di legno o in quello televisivo, per strada o nelle piazze, con un’energia e un calore certamente inusuali, soprattutto quando ha continuato a lavorare fra gli ottanta e i novant’anni.
Questo non è un panegirico né un’orazione in memoria di Dario Fo. Ma pur dividendoci notevoli prospettive in relazione alla vita e all’organizzazione della società, non posso che esprimere i pensieri prima indicati.
Quando una persona o un personaggio se ne va, rinvengono ancora più forti i ricordi e si capisce meglio la sua personalità. Ecco perché, nel momento caldo della scomparsa di Fo, ho ritenuto necessario mettere,  nero su salmone, tali considerazioni.

Colpivano, nella sua attività artistica, la capacità di sintesi, le battute fulminanti, i gesti efficaci, quel roteare degli occhi che indicava sentimenti opposti: insomma, un’attività rutilante che destava attenzione e che captava l’interesse di chi vedeva e ascoltava.
Non l’ho mai conosciuto personalmente e ciò non accadrà neanche nel futuro. Tuttavia, dagli innumerevoli reperti radiotelevisivi, nonché dai ricordi e dalle letture delle sue opere, ho capito che persone come Fo sono necessarie, quasi un propellente per la crescita e lo sviluppo delle società, soprattutto quella italiana, attestata su un conservatorismo deleterio, contraria al merito e favorevole ai privilegi.
Sì, perché quanto accadeva nel teatro di Fo era la sintesi di ciò che accade nella società, da alcuni chiamata civile per distinguerla da quella politica. Ma la società non è civile se non si comporta con equità e se non offre a tutti i propri cittadini le stesse opportunità. Una Comunità che continua a distinguere i cittadini in figli e figliastri deve essere messa alla berlina, deve essere sbeffeggiata con una satira impietosa, come faceva Dario Fo. Anzi, il maestro Dario Fo.

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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