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Perché la riforma costituzionale non salverà la sanità siciliana
di Giuseppe Bonsignore

Riflessione a un anno dalla manifestazione romana contro le disuguaglianze nelle cure

Tags: Cimo, Giuseppe Bonsignore, Referendum, Sicilia



Quasi un anno fa i medici italiani scendevano in piazza a manifestare, non per rivendicazioni contrattuali ma per denunciare le gravi disuguaglianze della sanità italiana. Sotto l’egida della FnomCeo, tutte le sigle sindacali dei medici, superando distanze ideologiche e ataviche rivalità, si ritrovarono a Roma, a sventolare le proprie bandiere in una piazza Santi apostoli gremita di camici bianchi. I medici italiani chiedevano con forza di assicurare a tutti i cittadini italiani un adeguato accesso alle cure, di garantire quel diritto alla Salute sancito dalla Costituzione, che troppo spesso viene invece negato sulla base di discriminazioni territoriali.

Ma, in termini di risultati ottenuti, quell’esperienza è stata un fallimento, quella battaglia di giustizia sociale è andata smarrita e il grido di allarme dei medici italiani è rimasto come sempre inascoltato. Oggi resta soltanto il ricordo sbiadito di una ritrovata unità dei medici in un tiepido pomeriggio romano di fine novembre. Dopo il lungo silenzio calato su quei temi largamente condivisi dalla classe medica, gli stessi argomenti vengono adesso rispolverati alla vigilia del voto referendario sulla riforma costituzionale, indicata da alcuni come la possibile salvezza della Sanità italiana, asserendo che il ritorno al centralismo statale verrebbe a superare l’inadeguatezza del sistema regionalistico, additato, dopo decenni in cui le parole d’ordine sono state decentramento e federalismo, come il principale responsabile del presunto sfascio.

Ma è veramente così? Il Sì al Referendum Costituzionale rappresenta la panacea per una Sanità italiana che al di là di generalizzazioni e semplificazioni mediatiche, oltre alle ombre, ha certamente tantissime luci e svariate punte di eccellenza? Oppure si corre solamente il rischio di cedere alle sirene di chi prova ad ottenere un consenso elettorale identificando nella riforma del Titolo V della Costituzione la soluzione a tutti i problemi? È questa la sola strada percorribile per l’azzeramento di quelle disuguaglianze regionali che un anno fa veniva richiesto dai medici italiani? Probabilmente la risposta è no. La stessa attuale differenza di qualità delle prestazioni sanitarie e l’estrema variabilità dei servizi, dimostrano che non è il sistema regionalistico in sé che non funziona, e che verosimilmente le cause sono ben più complesse di come appare, a cominciare dai criteri di ripartizione del Fondo sanitario nazionale che finiscono per favorire le regioni virtuose a discapito di chi arranca, finendo per penalizzare ancor di più chi è rimasto indietro, continuando a negargli la chance della rimonta.

Con la riforma del Titolo V si corre il rischio, soprattutto in Sicilia, di subire un’ultima beffa perché, con l’eventuale modifica costituzionale, nelle Regioni a Statuto speciale non cambierebbe un bel niente. A queste Regioni non si applicherebbero infatti quei criteri centralistici pensati anche per risolvere i problemi del Ssn, non ci sarebbe nessuna clausola di supremazia dello Stato a superare eventuali inefficienze organizzative regionali. C’è invece il pericolo di andare incontro ad un ultimo irrimediabile allontanamento della Sicilia dalla “Buona Sanità” presente in altre regioni.

Si rischia di perdere l’ultima occasione per rimettere in carreggiata un sistema sanitario regionale allo sbando, con una classe politica locale ed un apparato burocratico incapaci di governare i processi organizzativi, requisito in atto comune a tutte le Regioni ma che la Sicilia continuerà a detenere nonostante la riforma. L’efficacia del centralismo statale è ancora tutta da dimostrare, ma in ogni caso avrebbe avuto senso compiuto unicamente se, prima della riforma costituzionale, si fossero aboliti gli Statuti speciali, portando tutte le Regioni italiane sullo stesso piano. Ma questo non è stato fatto e, quindi, la riforma costituzionale, qualora approvata, rimarrebbe monca e di difficile applicazione. Di sicuro non verrebbe a risolvere il grande problema delle diseguaglianze regionali e lo Stato non sarebbe in grado di uniformare i livelli assistenziali in tutto il territorio nazionale, ma soltanto in una parte di esso. Le cause delle inefficienze presenti in alcune Regioni, non vanno allora cercate nella contrapposizione tra centralismo statale e decentramento regionale, ma si fondano essenzialmente su un fatto: ci sono amministrazioni che hanno saputo gestire quei processi organizzativi ed altre, come la Sicilia, che hanno invece mostrato i propri limiti, avanzando a loro discolpa il pretesto di aver ereditato un sistema gravato da una crisi finanziaria determinata da altri. Ma anche questo non è vero, perché la Sanità siciliana trovata ad inizio mandato dai vari Crocetta, Borsellino e Gucciardi aveva già attraversato e superato quella fase.

Siamo già stati in Piano di rientro, abbiamo accorpato reparti e tagliato posti letto, abbiamo tirato la cinghia e i risultati alla fine sono arrivati, giungendo persino ad accumulare un attivo di cassa. Così almeno ci è stato raccontato. Ma dove sono andate a finire quelle economie di bilancio? Dove sono spariti quei fondi che avrebbero dovuto essere riutilizzati per dare nuova linfa vitale ad una Sanità giunta boccheggiante alla fine del percorso di risanamento? Sono semplicemente finiti in altri capitoli di spesa di un Bilancio regionale disastroso, distratti per soddisfare differenti esigenze della sgangherata azione di governo della Giunta Crocetta.

Se il saldo attivo della Sanità siciliana fosse rimasto nella disponibilità di chi lo aveva prodotto, non sarebbe oggi necessario trincerarsi dietro l’alibi del Governo di Roma “cattivo” che con il Decreto ministeriale 70 strangola la Sanità siciliana determinando un ulteriore taglio di posti letto e impedendo le assunzioni di medici e infermieri.

Quella del Dm 70 che impedisce stabilizzazioni e concorsi è una colossale bugia. Intanto perché le stesse regole vengono applicate in tutte le altre parti d’Italia, ma soprattutto perché l’art. 3 dello stesso Decreto ministeriale prevede che “le Regioni a Statuto Speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano applicano il decreto compatibilmente con i propri statuti di autonomia e con le relative norme di attuazione e, per le Regioni e le Province autonome, che provvedono autonomamente al finanziamento del Servizio sanitario regionale esclusivamente con fondi del proprio bilancio, compatibilmente con le peculiarità demografiche e territoriali di riferimento nell'ambito della loro autonomia organizzativa”. Quindi la Sicilia avrebbe potuto da tempo procedere alla predisposizione di una Rete ospedaliera confacente alle proprie esigenze e a quelle peculiarità demografiche e territoriali previste dal legislatore nazionale.

Peccato, però, che ci sarebbe stato da mettere mano a quel portafogli nel frattempo saccheggiato dal governo regionale che, in alternativa, avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di decisioni impopolari che di certo non pagano in chiave elettorale. Quello del governo Crocetta è stato un vero e proprio scippo ai danni della Sanità siciliana di cui oggi pagano le conseguenze sia i cittadini che gli operatori.

La Sanità in Sicilia è stata dapprima gestita con incapacità dilettantesca e adesso con un opportunismo elettorale che difficilmente però alla fine pagherà. Entrambe le fasi hanno portato allo stallo che tutti ben conosciamo, con l’attuale stucchevole querelle tra Regione e Ministeri della Salute e dell’Economia, un teatrino che anche un’eventuale riforma costituzionale non verrebbe a sanare.
 
Un braccio di ferro che ha assunto i contorni della tragicommedia, con gli Ospedali siciliani prossimi al collasso, privi di adeguate risorse finanziarie ed umane, incapaci di dare le giuste risposte ai bisogni di Salute dei cittadini e alle legittime istanze lavorative di medici e infermieri. Ospedali siciliani ancora lontanissimi dal fare quel salto di qualità avvertito come inderogabile necessità tanto dagli operatori quanto dagli utenti. Di certo non sarà la riforma costituzionale a porre rimedio al disastro cui assistiamo da anni.
Nel profondo Sud non arriverà nessun centralismo decisionale e la Reggia di Palazzo dei Normanni rimarrà ad incombere, dispotica e inconcludente, sulla vita dei cittadini siciliani, continuando a negargli salute e lavoro.

Giuseppe Bonsignore
Responsabile Comunicazione CIMO Sicilia

Articolo pubblicato il 05 novembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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