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Quotidiano di Sicilia

Spese per la cultura, la Sicilia in coda
di Isabella Di Bartolo

In cima alla classifica di OpenBilanci si trovano Trieste (61,34 € per biblioteche e musei), Bologna (51,23 €) e Firenze (49,21 €). Tra le ultime cinque: Catania (5,65 € per abitante) e Palermo (4,20 €). E anche gli incassi fanno flop

Tags: Cultura, Turismo, Sicilia, Beni Culturali



PALERMO - La Sicilia fanalino di coda tra le città che spendono di più in biblioteche e musei. In cima alla classifica elaborata da OpenBilanci si trovano tutti capoluoghi del Centro-Nord d'Italia a partire da Trieste e poi ancora Bologna, Firenze, Milano e Torino. Agli ultimi posti della lista delle città più virtuosefigurano invece le maggiori città del Centro-Sud: Roma, Catania, Napoli, Palermo e Bari. Una Nazione divisa a metà, dunque. Con diverse sfaccettature di analisi di un settore nevralgico per l'economia qual è quello della cultura e del turismo ad esso legato, ma anche della capacità di crescita culturale di ogni realtà territoriale.

La classifica redatta dall'ente nazionale Open bilanci è relativa al 2014 ed è stata diffusa poche settimane fa. Essa è incentrata sulla quota dei bilanci municipali costituita dalle spese per la cultura: ovvero le cifre che ogni comune spende per incentivare la vita culturale della città e la possibilità di accesso alla conoscenza per i cittadini. Un modo di favorire tutto ciò è investire in biblioteche e musei, ad esempio acquistando nuovi libri, ampliando gli orari di apertura e promuovendo al loro interno manifestazioni e eventi. La voce “biblioteche e musei” somma le spese sostenute per i servizi bibliotecari e museali presenti sul territorio, inclusi il pagamento del personale addetto, l’acquisto di libri o altro materiale necessario, la costruzione e manutenzione dei locali, l’organizzazione di eventi e la loro promozione.

La classifica 2014 delle città più popolose vede al primo posto Trieste, con 61,34 euro spesi in biblioteche e musei per ogni abitante Bologna (51,23 euro), Firenze (49,21 euro), Milano (42,41 euro), Torino (36,26 euro), Verona (35,26 euro), Venezia (34,22 euro), Padova (29,82 euro) e Genova (29,66 euro).
Nelle ultime cinque posizioni troviamo Roma (23,39 euro), Catania (5,65 euro), Napoli (4,89 euro), Palermo (4,20 euro) e Bari (67 centesimi).

Un dato che apre un nuovo spunto di riflessione e che si lega a quello diffuso dal ministero per i Beni culturali secondo il quale tra i 10 luoghi della cultura più visitati nel 2015 in Italia manca la Sicilia e ciò perchè la regione è a statuto speciale e, dunque, autonoma anche nel settore culturale motivo per cui non può essere annoverata tra le altre nei dati statitici statali. Se così non fosse, confutando i dati delle presenze turistiche relativi al 2015 diffusi dalla Regione siciliana, l'Isola si porrebbe all'ottavo posto grazie alle presenze registrate dal Teatro antico di Taormina che ha chiuso l'anno con quasi 676mila presenze. Un boom se si considera che il sito siciliano abbia ottenuto 100mila presenze turistiche in meno del Museo Egizio di Torino, fresco di restyling e promozione internazionale.

Numeri certamente ben lontani dai grandi luoghi culturali d'Italia: Colosseo in testa con 6 milioni e mezzo di visitatori, Pompei con quasi 3 milioni di presenze e gli Uffizi con quasi 2 milioni, seguiti poi dalle Gallerie dell’Accademia di Firenze (1 milione e 400mila presenze), il Circuito di Boboli e Argenti (863mila). Dopo il gioiello egizio del Piemonte seguono la Venaria Reale, la Galleria Borghese e la Reggia di Caserta: tutti attorno ai 500mila visitatori in un anno. Più o meno come il Parco archeologico di Agrigento (540mila presenze), e il Teatro greco di Siracusa (490mila).

I paragoni tra il resto d’Italia e la Sicilia, quando si parla di musei e monumenti, sono complicati poichè lo statuto speciale rende l'Isola un pianeta solitario in termini di gestione dei beni culturali con tutte le conseguenze di luci e ombre che questo comporta.
 


Giuliano Volpe, presidente Cnbc: “Statuto siciliano una occasione perduta”
 
L’analisi delle politiche culturali della regione siciliana è complessa, secondo Giuliano Volpe, presidente del Consiglio nazionale dei Beni culturali. Docente e archeologo, Volpe si interroga sullo statuto speciale della Regione siciliana che rappresenta una occasione perduta secondo il docente. “Analizzando i dati relativi alle spese dei comuni per biblioteche e musei - dice il presidente del Consiglio nazionale - emerge come il tema dell’autonomia siciliana andrebbe ripreso a 40 anni dalla sua nascita. La Sicilia ha fatto cose eccellenti fino agli anni '70 e in parte negli anni '80 con una serie di norme innovative che hanno anticipato di decenni quello che si sta facendo oggi in Italia, a partire dalla nascita delle soprintendenze a base territoriali. Ma le riforme siciliane restano spesso sulla carta e mi riferisco all'autonomia dei parchi archeologici che rappresenta una novità importante in termini gestionali, prodotta ben prima del resto dell’Italia, ma inattuata e questo per le grandi colpe della politica. In merito ai soldi destinati alla cultura, occorre che la Sicilia metta in moto quel circuito virtuoso ancora fermo: non il 30% degli introiti di siti e musei deve essere destinato ai comuni bensì il 100% di ciò che un luogo culturale incassa deve finire nelle casse delle amministrazioni territoriali che debbono investirli per il territorio stesso. è questa l’unica strada possibile per migliorare un settore che resta ancora fermo a causa di scelte politiche non adeguate alle potenzialità di una regione qual è la Sicilia. L’inversione di rotta è possibile solo attraverso una gestione nuova, autonoma e con l'apporto dei privati su modello del resto d'Europa e non solo”.

Articolo pubblicato il 05 novembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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