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Quotidiano di Sicilia

A Marrakech conferenza sul clima per la riduzione delle emissioni
di Bartolomeo Buscema

Parallelamente è in corso il “Meeting of the Parties” per notificare i lavori in corso negli Stati partecipanti. La sfida di Cop22 è attuare l’accordo di Parigi contenendo le temperature sotto i 2° C

Tags: Marrakech, Clima, Ambiente



CATANIA - Lo scorso 4 novembre è entrato in vigore il “Paris Agreement”, l’accordo sul clima approvato lo scorso dicembre nella capitale francese, al termine della XXI sessione della conferenza ONU sui cambiamenti climatici. Un accordo vincolante che impegna i Paesi firmatari a contenere l’aumento della temperatura media della Terra sotto i 2°C rispetto  a quella registrata prima dell’avvento dell’industrializzazione. In realtà, c’è stato anche un auspicio, potremmo dire morale, di ridurre tale intervallo a 1,5 °C e di puntare, nella seconda metà del secolo, a un’economia globale a zero emissioni di carbonio.
 
L’accordo parigino è potuto diventare esecutivo perché si è raggiunta e superata la doppia soglia dei 55 paesi che hanno ratificato l’accordo, responsabili complessivamente del 55 per cento delle emissioni mondiali di gas serra. Un accordo che, con una cronologia a incastro, è stato raggiunto due giorni prima dell’inizio della XXII sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (Cop22), in programma a Marrakech dal 6 al 18 novembre.

Una buona partenza, almeno nelle intenzioni, che potrebbe essere il preludio per fare, a Marrakech, realmente i passi necessari per quel che concerne le azioni di mitigazione, cioè degli impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra e della loro ripartizione tra i Paesi, di adattamento alle conseguenze nefaste del cambiamento climatico, di trasferimento finanziario e rafforzamento delle competenze scientifiche verso i Paesi in via di sviluppo.

Parallelamente ai lavori della Cop22, ci sono quelli del “Meeting of the Parties” delle nazioni che hanno ratificato l’Accordo di Parigi. I partecipanti devono sostanzialmente definire e controllare lo stato delle azioni intraprese per raggiungere gli obiettivi climatici concordati. In sintesi, i punti nodali più delicati sono due: gli aiuti finanziari ai Paesi in via di sviluppo e la trasparenza sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas-serra, i cosiddetti “Nationally Determined Contributions”.

Quanto ai primi, che a Parigi furono calcolati in 100 miliardi di dollari l’anno, fino al 2020, cominciano, purtroppo, a intravvedersi alcune difficoltà. La Cina ha dichiarato che intende ridurre le proprie emissioni solo dopo il 2030. Gli fa eco l’India, terzo inquinatore del mondo, che ha approvato un piano industriale che permette di triplicare le proprie emissioni di gas serra entro il 2030. La Russia, quarto più grande inquinatore del mondo, non ha ancora alcun piano concreto di  politiche  di contrasto al cambiamento climatico. Per fortuna, gli Stati Uniti hanno già un piano di riduzione elle emissioni efficace che prevede, entro il 2025, un taglio delle emissioni i tra il 26 per cento e il 28 per cento rispetto ai livelli del 2005 e lo spegnimento delle centrali elettriche a carbone. Un piano, purtroppo, bloccato temporaneamente dalla Corte Suprema americana perché 27 Stati federali vi si sono opposti.

Uno scenario complessivo che rende sempre più arduo il raggiungimento degli obiettivi climatici. Alcuni analisti prevedono che per mantenere il riscaldamento medio globale sotto i 2°C è necessario che entro il 2050 tutto il settore energetico sia completamente de-carbonizzato. Altri stimano che i tagli delle emissioni annunciati a Parigi sono insufficienti e che se non s’interviene, è il caso di dirlo, energicamente c’è il rischio, per la fine del secolo, di un aumento di temperatura media globale di circa 3,5 °C.Con conseguenze disastrose sia per l’innalzamento del livello  medio del mare sia per l’aumento della virulenza e la frequenza dei fenomeni atmosferici estremi.

Registriamo, infine, che al Meeting of the Parties, l’Italia potrà partecipare solo come osservatore, avendo ratificato l’Accordo di Parigi solo la settimana scorsa con un voto del Parlamento.
Per rientrare nell’obiettivo dei +2°C, l’Italia dovrebbe ridurre il livello di emissioni registrate nel 1990 del 30% entro il 2020, del 38% entro il 2030 e di oltre il 70% entro il 2050. Per raggiungere l’obiettivo dei +1,5°C invece le riduzioni dovrebbero essere del 38% entro il 2020, del 60% entro il 2030 e del 90% entro il 2050. Un compito difficile, ma non impossibile. Chiudiamo con un po’ di ottimismo.
 
All’apertura dei lavori, Christiana Figueres, ex segretaria della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, ha detto che siamo all’inizio di un futuro a basso tenore di carbonio, un futuro eccitante, che porrà fine al predominio dei combustibili fossili e che porterà un’infinità d’innovazioni e opportunità per tutta l’umanità.Le ha fatto da controcanto Patricia Espinosa, la nuova segretaria, che si è detta fiduciosa che l’Accordo sarà decisivo non solo per affrontare i cambiamenti climatici, ma anche per sostenere la realizzazione dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile approvato lo scorso anno dall’assemblea dell’ONU.

Articolo pubblicato il 11 novembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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