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Catania - Immobili confiscati alla mafia, 339 quelli a “rischio vendita”
di Alessandro Petralia

In bilico anche quei terreni non ancora destinati, ma concessi attraverso protocolli d’intesa. La situazione nel catanese dopo l’approvazione della nuova Finanziaria

Tags: Catania, Mafia, Maurizio Saia, Beni Confiscati



CATANIA - La legge finanziaria, si sa, è sempre foriera di polemiche e contrasti: a far discutere quest’anno è l’emendamento 2.3000 all’art. 2, presentato dall’onorevole Maurizio Saia (Pdl) e già approvato dal Senato. A protestare è la società civile più attenta al tema della lotta alla mafia: l’emendamento modifica infatti l’articolo 2-undecies della legge 575/1965, inserito 13 anni fa dalla legge 109/96.

La legge 109/96 ha infatti segnato un tornante fondamentale nella storia della legislazione antimafia; essa ha disciplinato il riutilizzo a fini sociali dei beni immobili confiscati alle mafie allo scopo di farne simbolo e strumento di riscatto. L’emendamento accolto dal Senato, deliberando la vendita di quegli immobili per i quali non sia stato emesso decreto di destinazione entro novanta giorni dalla comunicazione di avvenuta confisca da parte del tribunale, tradisce lo spirito di quella legge e rischia di avere effetti devastanti sui territori, come la Provincia di Catania, in ritardo nella gestione dei beni confiscati.
 
Dei 439 immobili confiscati in provincia di Catania solo 100 sono stati infatti sottoposti a provvedimento di destinazione, mentre i restanti 339 sono ancora in gestione all’Agenzia del Demanio: un vero e proprio patrimonio che anziché valorizzato potrebbe finire all’asta. Poiché su tutto il territorio nazionale ad oggi non risulta che una sola destinazione sia stata effettuata entro il termine previsto, la vendita dei beni non destinati entro i 90 giorni assume quindi un duplice significato: da una lato rinunciare a farne un valore sociale aggiunto (attraverso l’insediamento di cooperative, associazioni, comunità di recupero per tossicodipendenti, centri di aggregazioni per giovani ed anziani ecc.), dall’altro restituirli alla stessa criminalità organizzata, che certamente utilizzerà il proprio potenziale intimidatorio per monopolizzare le aste pubbliche.

Ad essere messo a rischio è anche il lavoro del coordinamento di Catania dell’associazione Libera, che in territorio di Belpasso ha rimesso in sesto un terreno confiscato, sul quale è già stato prodotto il primo olio biologico e dove presto si costituirà una cooperativa: tale terreno infatti non è ancora stato destinato ma semplicemente concesso attraverso un protocollo d’intesa tra l’associazione ed il Comune.
 

 
Dario Montana. “La soluzione  è quella di non vendere”

CATANIA - Come avete accolto la proposta del governo di vendere i beni confiscati alla mafia?
“è una follia; secondo i nostri dati oltre 3.100 immobili su tutto il suolo nazionale sarebbero vendibili”.
Il fondo in territorio di Belpasso su cui state lavorando rientra fra quelli a rischio vendita?
“In teoria sì: attualmente c’è solo un protocollo d’intesa che ci impegna a stilare la procedura per la selezione e la formazione dei ragazzi che andranno a formare la Cooperativa. Solo quando questa sarà formata il terreno sarà sottoposto a provvedimento di destinazione”.
Rimane il problema dei i tempi di destinazione: quali sono le vostre proposte?
“Il tempo medio tra confisca e provvedimento di destinazione di un bene è un decennio. Vendere i beni la equivale a rinunciare al principio della confisca a fini sociali. La via per accorciare i tempi sarebbe la costituzione di un’Agenzia unica per i beni confiscati scorporata dall’Agenzia del Demanio”.

Articolo pubblicato il 03 dicembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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